Di Girolamo dice addio all’aula, poi va in cella

RomaFuori dal Senato cameramen e fotografi erano pronti a fermare l’immagine clamorosa di un arresto davanti a palazzo Madama. Ma le manette non sono brillate alla luce del sole nell’ultimo giorno di Nicola Di Girolamo da senatore e da uomo libero. Il sesto caso di custodia cautelare eseguita nei confronti di un onorevole da quando vige la Costituzione repubblicana si è risolto con una certa dignità, almeno nella forma: l’arresto è avvenuto alle 8 di sera, con la consegna ai carabinieri, in caserma, lontano dai flash. Poi il trasferimento in carcere, a Rebibbia. Di Girolamo risponderà ora delle accuse di associazione a delinquere e violazione della normativa elettorale con l’aggravante mafiosa.
«Non ho portato in quest’aula l’indegnità della mafia e della ’ndrangheta. Vorrei ringraziare tutti coloro del gruppo con i quali mi sono onorato di condividere 2 anni della mia vita. Non faccio nomi, visto che sono il Lucifero e l’untore. Se io mi riferissi a un collega chiamandolo per nome si direbbe che lo stesso è colluso con me o un mafioso. Vale anche per alcuni colleghi dell’opposizione»: così ha concluso il suo discorso davanti all’assemblea l’ormai ex senatore, e dai banchi del Pdl è partito un applauso. Non di approvazione, o di lode. È stato un battimani dimesso ma compatto, il saluto che viene naturale quando qualcuno ammette parte delle sue colpe, dice grazie e chiede scusa. Anche se è accusato di frequentare mafiosi. L’applauso che si può anche concedere a chi decide di andare in carcere con le proprie gambe, come ha fatto ieri Di Girolamo dopo il voto favorevole dell’aula (259 sì, 16 no, 12 astenuti).
«Sto facendo una ricerca su Internet su tutti i significati di pietas - raccontava durante la seduta il senatore del Pdl Lucio Malan - perché è questa la parola: abbiamo applaudito per pietas». Eppure su questo breve battimani ieri si è scatenata una polemica fiume tra opposizione e maggioranza. «Un applauso inimmaginabile e scrosciante», lo ha definito con veemenza la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che poi ha accusato il presidente del Senato Renato Schifani di una conduzione in alcuni casi «molto vile», scatenando la reazione del capogruppo Pdl Maurizio Gasparri: «Finocchiaro deve le sue scuse al presidente!». E poi, ancora, la battaglia della minoranza per votare anche l’invalidazione della nomina di Di Girolamo, dopo che l’aula aveva già detto sì alle dimissioni. Insomma, «accanimento su un cadavere, inteso in senso politico», definisce la seduta di ieri un senatore di maggioranza. Alla fine il voto decisivo, a scrutinio segreto, ha riservato pure qualche sorpresa, con quei 16 voti contrari e i 12 che non hanno espresso preferenza. Il Pdl aveva dato un’indicazione precisa: votare sì. Addirittura il senatore più amico di Di Girolamo, Sergio De Gregorio, prima dello scrutinio rifletteva: «Noi voteremo tutti le dimissioni di Di Girolamo, perché questa è la sua volontà». E allora chi lo voleva ancora in Senato? «Non posso dire che quei voti arrivino dall’opposizione - valutava Malan -. Ma mi viene da dire che la sinistra avrebbe voluto che lui restasse per sciacallaggio politico».
Intanto, nella sua casa, Di Girolamo aspettava. Sono state necessarie molte ore prima che il Senato trasmettesse al gip tutta la documentazione, compreso il verbale di nomina di Raffaele Fantetti, primo dei non eletti nella circoscrizione Europa nel 2008.
Nel suo discorso conclusivo, il senatore aveva pregato che non si coinvolgessero nella sua vicenda proprio gli italiani residenti all’estero, da considerare «una virtù, non un problema». Ha anche parlato della foto che lo ritrae accanto al boss Franco Pugliese: «Quella sera ho fatto circa 250 fotografie davanti a quella torta: anche con il parroco e con il maresciallo dei carabinieri». Don Edoardo Scordio, parroco di Isola Capo Rizzuto (Crotone), ha smentito «categoricamente» e minaccia querela.

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