Ancora nel primo quarto dell'Ottocento la Russia era stata il principale baluardo a difesa del vecchio ordine europeo che la Rivoluzione francese prima, Napoleone dopo, avevano minacciato di distruggere. Il congresso di Vienna, già all'indomani dell'abdicazione del «piccolo còrso» e della sua partenza per l'isola d'Elba, aveva disegnato quello che per almeno un quindicennio avrebbe preso il nome di Restaurazione ed era stato proprio Alessandro I a farsi promotore di una Santa Alleanza in funzione conservatrice e antinazionale, ovvero contraria a quei focolai di indipendenza che le scorribande napoleoniche avevano acceso su e giù per l'Europa e che segretamente c'era chi si ostinava a non lasciar ridurre in fredda cenere.
Nel 1825, Alessandro I improvvisamente morì e quella che sembrava una lunga marcia ormai conclusa della Russia verso una piena integrazione europea, nella logica cioè di un comune sentimento dinastico-continentale di cui l'Ancien Régime, grazie alla pace di Westfalia di un secolo e mezzo prima aveva cercato di dare una forma in tema di diritto internazionale si interruppe bruscamente. La cosiddetta «rivolta decabrista», che avrebbe voluto spostare l'assolutismo zarista nel campo costituzionale venne soffocata nel sangue dal nuovo zar Nicola I, il tentativo della Polonia di riacquistare l'antica dignità di stato autonomo e nazionale, seguì la stessa sorte. La famosa frase, «L'ordine regna a Varsavia» del goffo comunicato con cui il ministro della guerra francese cercò di calmare la folla parigina tumultuante che invocava una guerra sentimentale contro la Russia, passò immediatamente e per sempre nel repertorio del sarcasmo politico di molte lingue europee.
Nel giro di un quindicennio la Russia zarista simbolo della sconfitta di Napoleone, perno appunto della Santa alleanza e come tale prediletta e riverita dalle cancellerie continentali e no, si ritrovò nelle vesti arbitrarie e dispotiche di chi minacciava il restaurato ordine europeo e a lungo non ci sarà banchetto politico in Francia, in Germania, in Inghilterra in cui non si levasse il calice alla liberazione della Polonia idealmente combattendo nei salotti fino all'ultimo polacco morto, come due secoli dopo se ne vedrà la replica nella vicenda ucraina.
Le Lettres de Russie, pubblicate proprio allora dal marchese de Custine fecero il resto, condannando la Russia alla descrizione di un Paese barbaro e asiatico su cui la vernice europea non aveva mai realmente attecchito...
Gli anni Trenta dell'Ottocento non videro però solo la sciagurata vicenda polacca: videro la fine del regno ultras di Carlo X e della dinastia dei Borboni e la sua sostituzione con il re «borghese» Filippo d'Orléans; videro l'indipendenza del Belgio dall'Olanda; l'arresto e l'esilio di Mazzini dall'Italia; i moti carbonari repressi da Francesco IV di Modena; le rivolte liberali negli Stati pontifici stroncate da papa Gregorio XVI; il «carlismo» in Spagna e il giro di vite nel Piemonte di Carlo Alberto a opera del suo primo ministro Solaro della Margherita; le repressioni operaie in Francia e il primo tentativo di colpo di Stato di Luigi Napoleone; il fallimento mazziniano dei fratelli Bandiera in Calabria...
Videro insomma i prodromi di quella agitazione rivoluzionaria ora patriottico indipendentista, ora di impronta liberal-costituzionale che attraversarono un po' tutto il vecchio continente e che trovarono la loro logica, si può dire, conclusione, nella grande esplosione del 1848, che ebbe altresì i suoi connotati socialisti e libertari.
Se non si comprende tutto questo, si fa fatica a mettere bene a fuoco la figura e l'opera di Fedor Ivanovic Tjutcev (1803-73), di cui ora intelligentemente Adelphi pubblica La Russa e l'Occidente (pagg. 230, euro 14; a cura di Marco Filoni, con un saggio di Massimo Cacciari) che è una silloge di cinque testi, di cui il primo dà il titolo al volume, editi e inediti, che fra gli anni Quaranta e Cinquanta Tjutcev mise nero su bianco e in cui paradossalmente veniva rovesciato il tavolo da gioco, carte comprese, che sino ad allora aveva tenuto banco. Non era cioè la Russia, imperiale e cattolica, a essere fuori dal consesso europeo, ma la Rivoluzione nata nell'89 e poi più o meno costituzionalizzatasi, a spingere l'Europa fuori da sé stessa. Era «il popolo eletto della Rivoluzione» il nuovo deus ex machina: «È questa minoranza della società occidentale che (perlomeno sul continente) grazie alla nuova direzione, ha rotto la vita storica delle masse e si è scrollata di dosso tutte le credenze positive... Questo popolo anonimo è lo stesso in ogni Paese. È il popolo dell'individualismo, della negazione. C'è in esso un elemento, tuttavia, che per quanto negativo gli serve da collante e anche quasi il ruolo di religione. È l'odio verso l'autorità, sotto qualsiasi forma e grado, l'odio dell'autorità in quanto principio. Ma se,
quando si tratta di costruire e di conservare, questo elemento appare perfettamente negativo, diviene terribilmente positivo non appena si tratta di rovesciare e sovvertire». E ancora: «Ciò che le istituzioni hanno finora chiamato rappresentanza non è, malgrado quanto si dica, la società stessa, cioè la società reale con i suo interessi e le sue credenze, ma è un qualcosa di astratto e di rivoluzionario che si chiama il pubblico, portavoce soltanto di opinioni e di nient'altro».
Nato nel 1803, morto nel 1873, Tjutcev fu diplomatico e poeta, visse molto all'estero, vide all'opera più di uno zar nel corso della sua esistenza e, soprattutto dopo la guerra di Crimea, trovò in Alessandro II, lo zar che avrebbe liberato la Russia dalla servitù della gleba, il sovrano ideale a cui indirizzare fra l'altro quella «lettera sulla censura russa» che ancora oggi resta un testo esemplare: «Ovunque non vi sia sufficiente libertà d'opinione, nulla è possibile, assolutamente nulla, sul piano orale come su quello intellettuale». Non era un'opera di polizia quella che serviva al Paese, ma un'opera di coscienza.
Tjutcev vedeva con notevole lucidità la crisi se non l'agonia della civiltà occidentale, così come si rendeva conto che l'esistenza di un'Europa orientale, entrata nell'epoca napoleonica a decidere il duello secolare dell'Occidente europeo, ne aveva modificato radicalmente la realtà geopolitica. «Ora siamo in tre», scriveva, con tutti i rischi bellici, ma anche con tutte le scelte diplomatiche di pace sul tappeto...
Ciò che Tjutcev non poteva prevedere era quanto di negativo la fine dell'Ottocento e l'accelerazione improvvisa novecentesca avrebbe rappresentato per una Russia la cui decadenza dinastico-burocratico-militare era andata via via sempre più accentuandosi.
Per una curiosa eterogenesi dei fini, sarebbe stata proprio lei, dopo il suo tracollo nella Grande guerra, l'alfiere di quella Rivoluzione contro cui aveva così tenacemente combattuto, dando vita a un altro mezzo secolo di rapporti misti di timori, aperture e diffidenze con un Vecchio continente che intanto aveva ceduto le redini della sua politica internazionale, la sua leadership imperiale, per così dire, a un altro impero, occidentale, ma d'oltre oceano, e per il quale l'Urss prima, la Russia ancora di nuovo e sempre dopo, non era un impero con cui convivere, ma, più semplicemente, un rivale da abbattere.