Non è vero che l’Italia in questi tre anni e mezzo di governo Meloni abbia semplicemente beneficiato di una buona «prima impressione» sui mercati internazionali senza migliorare davvero la propria posizione economica.
L’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere di ieri sostiene che «lo spread è caduto, ma i fondamentali non sono cambiati granché». $ una lettura suggestiva, ma parziale.
Perché se si guardano i dati, quelli veri, emerge un quadro diverso: non il migliore dei mondi possibili, certo, ma un Paese che in diversi casi ha migliorato i suoi fondamentali rispetto alla fase precedente. In questi tre anni gli investimenti diretti esteri sono cresciuti del 7,9%, quelli in azioni del 18,1% e la quota di titoli di Stato detenuti da non residenti è aumentata del 16,8%, con l’Italia salita dall’undicesimo all’ottavo posto nella graduatoria mondiale di attrattività. La Borsa ha registrato un incremento del 107% rispetto al 2022 più che raddoppiando la propria capitalizzazione. L’export nel 2025 è cresciuto del 3,3% più di quello di Germania, Francia e Spagna, e le vendite verso gli Stati Uniti hanno segnato un aumento del 7,2%, il doppio della media europea. Numeri che non raccontano un Paese fermo, ma un sistema economico che, pur tra difficoltà e dazi, è diventato più competitivo.
Giavazzi scrive che «dietro questi numeri c’è però un’economia che, per effetto di precise scelte politiche, anziché correggere le sue debolezze le ha accentuate». Ma è difficile sostenere questa tesi davanti a un milione di occupati in più, a una disoccupazione scesa al 6,1%, a un potere d’acquisto delle famiglie cresciuto del 7,6% e a un’inflazione ridotta all’1,2%. Non sono indicatori marginali: sono i parametri con cui si misura la solidità reale di un’economia.
Se l’occupazione raggiunge livelli record (62,5%), significa che la macchina produttiva ha retto l’urto di una fase internazionale complicata, segnata dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica e dai dazi Usa.
In ogni caso, parlare di aumento del peso fiscale mentre il reddito disponibile reale cresce e l’inflazione cala appare quantomeno una forzatura. Certo, gli interventi a favore del ceto medio sono stati rinviati per via delle varie emergenze che si sono susseguite. Ma cosa avrebbe fatto un altro governo al posto di Giorgetti e di Meloni? Più o meno lo stesso, se non qualche patrimoniale in più. L’aumento delle entrate è poi da motivarsi sia con il maggior numero di cittadini al lavoro che con l’efficiente recupero dell’evasione.
Si poteva fare di più? Sicuro, ma per lo meno non si combinati danni e molti hanno goduto di maggiori benefici con il taglio del cuneo e la riforma Irpef.
In questa strategia si inserisce il dl fiscale approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento ripristina la neutralità fiscale dei redditi di partecipazione (la cosiddetta tassa sui dividendi) ripristinando l’esenzione al 95%. Il decreto interviene anche sull’Iva sulle permute (terreni per immobili, ad esempio), limitando il nuovo criterio del valore dei costi sostenuti ai soli contratti stipulati dal primo gennaio 2026. Stanziati 537 milioni per il 2026 a favore delle imprese escluse dal piano Transizione 5.0 e rimossi i vincoli geografici sull’iper-ammortamento, permettendo investimenti tecnologici anche extra-Ue. Definite precise coperture finanziarie per bilanciare le agevolazioni fiscali, utilizzando soprattutto fondi di riserva e un incremento selettivo di imposte indirette (circa 150 milioni) come il bollo sui conti correnti corporate che passa da 100 a 118 euro.
In parallelo, la commissione Attività produttive della Camera ha approvato importanti emendamenti al dl Energia.