Ventitré milioni. È tutto lì, in quella cifra quasi invisibile nei conti dello Stato, che si gioca una partita da miliardi. Secondo quanto appreso in esclusiva dal Giornale, le ultime revisioni Istat (da consegnare entro domani a Eurostat) porterebbero il deficit/Pil 2025 dell'Italia al 3,05%, che per arrotondamento diventa 3,1%. Tradotto: niente uscita dalla procedura di infrazione. Non quest'anno, almeno. E il paradosso è che a fare la differenza sarebbe uno 0,01% di Pil, poco più di 20 milioni.
Per dare un'idea dell'ordine di grandezza, parliamo di cifre che nella macchina pubblica scorrono quasi senza lasciare traccia. È la stessa dimensione dell'ultimo incremento del Fondo per il Cinema e l'Audiovisivo annunciato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, venti milioni aggiuntivi per sostenere le maestranze. Oppure, restando nel perimetro pubblico, è quanto la Provincia autonoma di Bolzano rimborsa ogni anno alla Rai per la produzione in lingua tedesca e ladina. Insomma, cifre minute se rapportate alla dimensione della finanza pubblica, ma decisive quando si tratta di rispettare una soglia pensata a Bruxelles.
Il punto, allora, è tutto politico prima ancora che tecnico. Perché l'Italia arriva a questo appuntamento dopo un percorso di rientro tra i più rigorosi d'Europa. I numeri parlano chiaro: avanzo primario, riduzione del deficit più marcata rispetto ad altri Paesi, conti sotto controllo nonostante il peso degli interessi sul debito (che, ricordiamolo, valgono il 3,9% del Pil). Eppure, non basterebbe. Quel decimale in più rischia di congelare tutto.
Non è solo una questione simbolica. Restare nella procedura di deficit eccessivo significa rinunciare a margini concreti. A cominciare dall'accesso al Fondo Safe per la difesa, in una fase internazionale tutt'altro che stabile rinunciando a un volano sicuro per la crescita economica del Paese. Ma soprattutto vuol dire affrontare la manovra 2027 con le mani più legate, senza quello spazio da circa 6,4 miliardi che deriverebbe dall'uscita dalla procedura tra minori interessi e fine dei vincoli più stringenti (4,6 miliardi nel biennio come deposito cauzionale per il deficit eccessivo). Risorse che farebbero la differenza tra una legge di Bilancio ordinaria e una capace di imprimere uno slancio all'economia.
Sul tavolo resta anche il tema delle revisioni statistiche. Chi segue da vicino i conti pubblici sa bene quanto il ruolo dell'Istat sia stato, negli ultimi mesi, tutt'altro che neutro. Le stime sul deficit sono cambiate più volte, oscillando sopra e sotto la soglia del 3%, in un gioco di limature che ha già riscritto più di una volta la narrativa. Ecco perché, anche davanti a quel 3,05%, la sensazione è che la partita non sia del tutto chiusa.
Il rischio è che passi un messaggio distorto anche all'esterno. Perché i mercati guardano ai fondamentali, non agli arrotondamenti: vedono un Paese che ha corretto i conti senza comprimere la crescita, che mantiene un avanzo primario e che, numeri alla mano, si muove lungo una traiettoria più prudente di molte altre grandi economie europee. Eppure, la fotografia finale rischia di essere quella di un'Italia ancora «sotto procedura», con tutto il carico simbolico che ne consegue.
È un cortocircuito che pesa anche sul piano interno. Perché mentre il governo ha costruito la propria linea su gradualità e credibilità, evitando manovre shock, l'esito rischia di apparire scollegato dallo sforzo compiuto. Non solo: restare dentro la procedura significa continuare a muoversi con il freno tirato proprio nel momento in cui servirebbe un drizzone per la crescita.
Resta, però, il dato politico: se tutto si fermerà per 23 milioni, sarà difficile spiegare che non si tratta di una scelta. Perché quando un Paese che ha rimesso in ordine i conti, unico nel G7 con avanzo primario, resta inchiodato a una procedura per uno scarto infinitesimale, la regola rischia di trasformarsi in un fine e non più in uno strumento. In ultimo, la sensazione è che si stia giocando una partita in cui la matematica conta fino a un certo punto.
E dove, ancora una volta, sarà la politica - a Bruxelles come a Roma - a decidere se quello 0,01% debba essere considerato un dettaglio trascurabile o una linea invalicabile. Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti lo ha detto a modo suo, con una battuta che suona come una constatazione: «Io credo nei miracoli». Questa volta, però, il miracolo potrebbe non bastare.