Il governo avvierà colloqui con l'Unione europea per attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dall'articolo 26 del Patto di Stabilità. Si tratta di una procedura che permette ai Paesi in circostanze eccezionali di derogare momentaneamente al tetto del 3% di indebitamento rispetto al Pil. La volontà dell'esecutivo emerge da un'integrazione del Documento di finanza pubblica approvato ieri in Senato. «Il testo della risoluzione l'ho validato io, quindi vuol dire che era condiviso», ha risposto il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti (in foto). Di fatto, un intendimento che era già emerso nei giorni scorsi, quando nel governo si era scelto - in caso di necessità dovute alle conseguenze della guerra in Iran - di scegliere la strada di uno scostamento di bilancio senza cercare lo scontro con Bruxelles. Un paese indebitato «non è totalmente libero, dipende da questo vincolo che non si può ignorare», ha detto il capo del Tesoro ribadendo come la linea del governo è sempre quella della «serietà e della prudenza» e su un eventuale scostamento «decide il parlamento».
Non c'è dubbio, del resto, che il conflitto in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz non potessero essere previsti anzitempo. Il Patto di stabilità europeo prevede la possibilità, «per quanto riguarda l'andamento della spesa netta», di valutare «fattori rilevanti che in qualche modo documentano una deviazione rispetto alla traiettoria. Se non sono rilevanti i fattori che vediamo oggi, tutti i giorni, non so quali possano essere». Per Giorgetti, quindi, ci sono tutti gli estremi in Italia per chiedere la possibilità di deviare leggermente dal sentiero sui conti in ragione del fatto che Roma è esposta particolarmente ai rincari dell'energia. «Questo Paese (l'Italia, ndr) ha scelto di rinunciare al nucleare e certo io invidio il collega francese che ha il 60% dell'energia dal nucleare e quello spagnolo che ha il 20% dal nucleare». Il capo del Tesoro considera inoltre difficile sostenere che si possa derogare dai conti sulle spese per la difesa e non per l'energia.
Quanto alla vicenda del deficit al 3,07% - che ha impedito all'Italia di uscire in anticipo dalla procedura d'infrazione europea - Giorgetti ha ribattuto in aula, a chi accusava il governo di opacità dei conti tra le fila del Partito democratico, di non avere «la sfera di cristallo». Entrando nel dettaglio, il ministro ha giustificato la sorpresa negativa sui conti legandolo all'«andamento dei bonus edilizi» che a fine 2025 ha visto un «volume di presentazione delle domande entro il 16 marzo che hanno portato questo dato sopra le nostre previsioni di settembre». Durante il dibattito in aula, le opposizioni hanno contestato l'aumento della pressione fiscale registrato durante il governo Meloni. Un tema sul quale Giorgetti si è difeso affermando che il dato - frutto del rapporto tra entrate e Pil - è il risultato di una riduzione delle tasse sul lavoro e quindi di un calo delle entrate Irpef, al quale però fanno fronte un aumento delle entrate dagli «accertamenti della 'compliance' fiscale», le tassazioni degli «extraprofitti delle banche e delle grandi aziende energetiche» e l'aumento della tassazione sulle «rendite finanziarie».
Sull'argomento, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha sottolineato che il taglio del cuneo fiscale farà incassare «ogni anno 21 miliardi di euro in meno, che significano 21 miliardi di euro in più nelle tasche di lavoratori e famiglie italiane».