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La pazienza di Giorgetti

Nelle ultime settimane il disagio del titolare del Mef è diventato palpabile. Non tanto per le provocazioni dell'opposizione, quanto per il comportamento di pezzi della stessa maggioranza

La pazienza di Giorgetti
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La pazienza di Giancarlo Giorgetti comincia a somigliare sempre meno a una virtù democristiana e sempre più a una prova di resistenza istituzionale. Perché il ministro dell'Economia da mesi si trova stretto dentro una contraddizione che ormai attraversa tutto il governo: da una parte la realtà dei conti pubblici, dall'altra la pressione incessante di ministri, categorie e corporazioni che continuano a chiedere risorse come se il problema del debito italiano fosse un dettaglio negoziabile.

Nelle ultime settimane il disagio del titolare del Mef è diventato palpabile. Non tanto per le provocazioni dell'opposizione, quanto per il comportamento di pezzi della stessa maggioranza. Guido Crosetto continua a premere per l'adesione italiana al fondo europeo Safe, il programma destinato al rafforzamento delle capacità militari europee, che per l'Italia significherebbe l'accesso a circa 15 miliardi destinati alla difesa. Il ministro sostiene di attendere una decisione del Tesoro, ma la questione è altra: perchè Giorgetti sa perfettamente che ogni nuovo impegno finanziario oggi, rischia di scaricarsi domani su un equilibrio di finanza pubblica già sottoposto a tensioni enormi. Nello stesso momento, il ministro Adolfo Urso lamenta il definanziamento degli incentivi per l'automotive: un miliardo e mezzo dei fondi destinati entro il 2030 al settore che il governo ha invece deciso di utilizzare per la copertura del Decreto Economia a sostegno di famiglie e autotrasportatori

schiacciati dai costi energetici. Anche qui la linea del Mef è stata netta nella sua semplicità: prima l'emergenza sociale immediata, poi le politiche industriali di lungo periodo. Una scelta che inevitabilmente produce scontenti, soprattutto in chi considera il proprio settore strategico per definizione.

Non bastasse, adesso arrivano anche gli ordini professionali a contestare la stretta sulle compensazioni fiscali prevista dal nuovo articolo 48-bis del Dpr 602/1973. Una norma che introduce un principio quasi elementare: chi deve soldi al Fisco non può pretendere di incassare integralmente denaro per prestazioni allo Stato senza prima regolare il proprio debito. La protesta dei consulenti del lavoro e delle altre categorie ordinistiche si concentra sugli aspetti tecnici: la nozione di inadempienza, l'assenza di automatismi, il rischio di compensazioni operate sugli importi lordi. Argomenti giuridicamente sofisticati, certo, da addetti ai lavori. Ma politicamente fragili. Perché fuori dai palazzi professionali il messaggio rischia di essere devastante: mentre famiglie e imprese affrontano rincari energetici, pressione fiscale e stagnazione dei consumi, una parte delle professioni chiede sostanzialmente di mantenere una corsia privilegiata nei rapporti economici con la Pubblica amministrazione.

Peraltro, nel Consiglio dei ministri di giovedì il governo ha già introdotto un correttivo non irrilevante: sotto 5mila euro la compensazione non scatterà. Una soglia che rappresenta un evidente tentativo di mediazione e che smonta almeno in parte la narrazione di una stretta cieca e indiscriminata. Ma nemmeno questo sembra bastare.

Il punto vero è che Giorgetti sta cercando di imporre una gerarchia delle priorità in una stagione in cui tutti reclamano eccezioni. E farlo nel Paese che da quarant'anni considera il bilancio pubblico una variabile politica anziché un limite economico reale significa inevitabilmente esporsi al logoramento. Il ministro dell'Economia ha mostrato fin qui due qualità rare nella politica italiana contemporanea: determinazione e pazienza. Determinazione nel difendere i saldi di finanza pubblica anche contro le spinte interne alla maggioranza. Pazienza nel sopportare una pressione continua da parte di ministri, categorie produttive, lobby industriali e ordini professionali convinti che il proprio dossier venga prima di tutto il resto.

Ma la domanda ormai è inevitabile: quanto può durare questa pazienza? Perché il rischio, per Giorgetti, non è soltanto quello di diventare il ministro dei no.

È di ritrovarsi progressivamente isolato dentro un governo dove quasi tutti chiedono spesa aggiuntiva mentre uno solo continua a ricordare che i soldi non sono infiniti. E chi lo conosce, sa bene che anche la pazienza di Giorgetti non è infinita.

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