Filippo Grassia
Troppo comodo gustarsi il calcio in poltrona, davanti alla tivù. Comodo e conveniente. Perché pagare a caro prezzo il biglietto, farsi ore di fila ai cancelli per via dei tagliandi nominativi e prendere freddo allo stadio quando, con pochi euro, puoi vedere la partita a casa tua? Ci saremmo arrivati prima o poi. Gli ultimi dati sono a dir poco terrificanti. Nelle prime 17 giornate di Serie A la media degli spettatori (abbonati più paganti) è calata di colpo rispetto al corrispondente periodo delle ultime due stagioni: siamo a 22.165 coraggiosi contro i 25.330 dello scorso campionato e i 26.030 del torneo 2003-04. In dodici mesi sono spariti quasi 600mila spettatori, a fine campionato saranno un milione e 300 mila.
E pensare che nel precedente campionato si era avuta una inversione di tendenza grazie al ritorno nella massima serie di squadre con un vasto seguito popolare: Palermo, Fiorentina e Messina. Questi 3 club avevano messo assieme un milione e 753mila spettatori. Il totale delle presenze era passato in una stagione da 7,8 a 9,4 milioni (dati ufficiali, forniti dalla Lega calcio) grazie anche allincremento delle squadre (da 18 a 20) e degli incontri (+74).
Nella classifica europea rischiamo di finire perfino dietro la Francia che vanta 20mila spettatori di media. Inavvicinabile la Bundesliga tedesca che, con 35mila, ha sorpassato lInghilterra. Davanti a noi anche la Liga spagnola. Come sono lontani i tempi in cui la Serie A sfiorava una media di quasi 40mila spettatori! Il record resta legato alla stagione 1984-85. «Il campionato si giocava fra 16 squadre, la pay-tv era un fenomeno tutto americano, in diretta non si vedeva neppure un minuto», il commento è di Davide Cencioni di StageUp, studioso del sistema. Adesso succede giusto il contrario con una Serie A inflazionata da 20 squadre e 380 partite, tutte regolarmente trasmesse in tivù tra canali digitali, satellitari e terrestri.
Il calcio italiano, afflitto da una cronica mancanza di quattrini, sè venduto corpo e anima ai network cannibalizzandosi da solo. In Inghilterra la Premier League consente la trasmissione a pagamento solo di 108 partite su 380 per evitare una inflazione esiziale e lasciare spazio alle serie inferiori. Eppure anche da quelle parti il pubblico è in flessione, per quanto si tratti di un fenomeno minimale. Il calcio senza pubblico non ha ragione di essere. Basta ricordare le partite a porte chiuse dellInter in Champions League o dellAscoli in campionato. O quelle con poche migliaia di tifosi della Juventus al Delle Alpi. Il grido dallarme di Moggi non è casuale. La Juventus, che pure ha vinto il ventottesimo scudetto della sua straordinaria storia, figura solo allottavo posto nella classifica delle presenze allo stadio alle spalle anche di Palermo, Fiorentina e Messina. In quella degli incassi è al sesto posto dietro Milan, Inter, Roma, Fiorentina e Lazio. In euro fanno 10 milioni di meno rispetto al club rossonero.
Questione di concorrenza televisiva, sè detto, ma non solo. Lo ha denunciato più volte il presidente della Figc, Carraro: «Il pubblico non risponde per due motivi. In primo luogo perché gli stadi sono inadeguati, per niente comodi, e non permettono di vedere bene le partite. Quindi molti preferiscono starsene davanti alla tv. Laltro motivo è dovuto al prezzo molto alto dei biglietti. Credo sia necessaria una politica nuova, che privilegi chi si abbona e protegga le curve». Ovvia la speranza che la candidatura allEuropeo del 2012 ottenga il plauso dellUefa e, una volta divenuta ufficiale, consenta di costruire nuovi impianti e ristrutturare quelli vecchi. Nel frattempo la Lega non può fare a meno di varare un piano per riportare la gente allo stadio. In B è anche peggio.
La grande fuga dallo stadio spariti 600mila spettatori
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