Grandi vini, sul mercato si parte da 40mila euro

I grandi vini, cioè i "fine wine" protagonisti delle aste, possono davvero diventare anche protagonisti nei portafogli degli investitori?

Grandi vini, sul mercato si parte da 40mila euro

I grandi vini, cioè i «fine wine» protagonisti delle aste, possono davvero diventare anche protagonisti nei portafogli degli investitori? «Storicamente è dimostrato che i grandi vini hanno rivalutazioni importanti nel tempo», spiega Alessandro Regoli (nella foto), direttore www.winenews.it, media di riferimento di settore. «Il fenomeno interessa non soltanto, e non più, pochi vini di Bordeaux (da Lafite a Latour, da Margaux a Mouton, da Haut-Brion a Cheval Blanc e così via) o di Borgogna (Romanée-Conti, Armand Rousseau - Chambertin Clos de Bèze ...). Oggi il mercato si è fatto più ampio, con etichette da ogni parte del mondo, dalla californiana Opus One all'australiano Grange di Penfolds, fino allo spagnolo Unico di Vega Sicilia, e ai sempre più grandi vini italiani (Monfortino, Sassicaia, Masseto, Solaia, i cru di Barolo Giacosa, Gaja, Redigaffi, Brunello Riserva Biondi Santi, Soldera, Amarone Quintarelli), capaci di aumentare il loro valore in modo significativo. Tanto che esistono sia una asset class, lo Swag (Silver, Wine, Art, Gold), dedicata agli investimenti in Borsa che possono diversificare quelli classici (fondi, obbligazioni, azioni), sia il Liv-ex (London International Vintners Exchange), che controlla la redditività degli investimenti sul vino».

Il prodotto in sé ha caratteristiche che possono essere interessanti: è il risultato di un'attività tangibile, possiede un'ottima longevità, ha una reperibilità e tiratura limitata e le sue «performance» borsistiche sono relativamente correlate all'andamento dei mercati azionari, tutte caratteristiche che un default di fondi sovrani non cambierebbe.

«Il punto critico resta, però, uno: per ottenere ricavi interessanti, oltre ad una buona dose di expertise, e aver costruito una rete di rapporti - perché il segreto fondamentale è quello di acquistarli prima della loro effettiva uscita sul mercato - bisogna fare un po' una scommessa», sottolinea Regoli. La logica è sostanzialmente quella collezionistica, per un bene, il vino, capace di accrescere la propria qualità nel tempo, avere una diffusione relativamente scarsa e che, con gli anni, si riduce ulteriormente.

«Questa logica indirizza la scelta verso i top lot di pochissime cantine molto prestigiose, italiane e non, e che rientrano nell'interesse di chi fa questo tipo di investimenti attraverso le aste, vero e proprio mercato secondario, i cui risultati sono seguiti molto dai mass media, e che si stanno un po' aprendo anche a cantine emergenti, ma sempre in un portafoglio ristrettissimo. Il mercato - conclude il direttore WineNews - richiede approccio professionale e buona disponibilità di denaro: 40.000/50.000 euro all'anno possono rappresentare una base per cercare di accaparrarsi le bottiglie che davvero contano, e che possono rilevarsi un investimento redditizio».

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