Grillparzer ispirato da Mozart musicò la letteratura austriaca

Il libretto del "Flauto magico" stregò l'autore viennese.Che divenne il principale scrittore "asburgico" dell'800

Il Settecento è il grande secolo della letteratura tedesca con Goethe, Schiller, coi romantici, Novalis, Hölderlin. Ciò che colpisce è che tutti questi autori sono di origine protestante, poiché la lingua letteraria tedesca nasce, sorprendentemente, dalla traduzione della Bibbia di Lutero, che la volse integralmente tra il 1522 e il 1534 e che rappresenta per i tedeschi, per così dire, la Toscana, l'isola linguistica, su cui approdare per apprendere il tedesco. Per generazioni i protestanti impararono il tedesco nelle chiese, cantando i Lieder spirituali di Lutero e leggendo e rileggendo la sua traduzione, ascoltando i sermoni dei pastori. Ciò chiarisce perché, affermatasi la cultura laica con l'illuminismo, gli scrittori, ancorché emancipati, provenissero tutti da ambienti culturali protestanti e ciò spiega anche perché nelle regioni cattoliche, come a Vienna, non ci fosse alcuna attività letteraria tedesca, confinata semmai al teatro popolare in dialetto, mentre dominava la musica, la lirica, spesso con opere in italiano, come confermano i libretti mozartiani. Eppure proprio Mozart alla fine della sua carriera, nel 1791, l'anno della sua precoce morte, compose in tedesco un stupendo musical (Singspiel): Die Zauberflöte, Il flauto magico.

Un giovane viennese, Franz Grillparzer (1791-1872) non si stancava di ammirarlo: quel libretto lo spronava a scrivere opere teatrali. Il suo entusiasmo per il tedesco lo spinse, nel 1828, ad andare in pellegrinaggio a Weimar per visitare Goethe, il venerato maestro. Intanto i drammi di Grillparzer cominciavano a essere rappresentati con successo; in breve il giovane divenne il primo e principale scrittore austriaco dell'Ottocento. Doveva avere, tuttavia, un carattere difficile, era irrimediabilmente ipocondriaco a causa delle tragedie della sua famiglia, con la prematura morte del padre, per cui aveva dovuto interrompere gli studi e accettare per anni un impiego modesto. Nel 1819 fu per sempre segnato dal suicidio della madre. Fu la scrittura a sostenerlo. Dopo i primi successi al Burgtheater, il tempio del teatro di lingua tedesca, nel 1838 una sua commedia venne fischiata e l'autore ci rimase così male che si rifiutò di far rappresentare altri suoi drammi, però continuò a scriverli, tra cui la sua tragedia più importante, Libussa, tradotta per la prima volta in italiano da Fabrizio Campi (Mimesis, pagg. 130, euro 12).

La tragedia, cui l'autore lavorò per decenni, fu trovata alla sua morte e da allora viene continuamente messa in scena con successo, anche perché il tema era ed è intrigante. Si narra di Libussa, una giovane donna sublime, regale, che sposa per amore Primislaus, un contadino, l'homo novus della modernità, e per amore rinuncia alla pace del suo regno matriarcale per accondiscendere al desiderio di potenza e di progresso del marito, per cui si sacrifica pur di non intralciarlo. È il grande scontro alla vigilia della modernità: l'etimo di Praga, práh, rimanda alla soglia, quella tra arcaicità e modernità. Questa ormai si impone irresistibile, come esclama l'uomo: «Vedi, la Moldava, la vena di questo paese,/ che scorre diffondendo sangue nel corpo,/ ha qui raccolto le sue fonti/ e si propaga in ampie rive / Se la nostra città sorgerà qui, costruiremo navi/ e vi caricheremo frutti, grano, argento e oro/ in sovrappiù nel nostro paese». Primislaus è persuaso della svolta epocale con la fondazione: «Práh è ciò che sulla bocca del popolo/ significa soglia, ingresso della casa/ e ora all'inizio della nostra opera/ ci accolga la soglia benedetta./ È questo a cogliere come dall'alto gli uomini./ Qui deve stare la città, gridarono,/ e dovrà chiamarsi Praga, la soglia».

Il sacrificio di Libussa è l'annuncio simbolico di una sconfitta epocale: la disintegrazione dell'impero asburgico, travolto dai demoni delle lotte intestine tra etnie diverse, scatenate dalla modernità. Tutta la letteratura austriaca è segnata dalla dolorosa convinzione della dissoluzione, della finis Austriae. Ogni tentativo di recuperare l'unità dell'Impero sovranazionale doveva fallire. L'altro grande scrittore austriaco del tempo, Adalbert Stifter, scrisse un romanzo monumentale, Witiko, per inneggiare alla solidarietà tra tedeschi e boemi (come allora venivano chiamati i cechi), ma era un'utopia regressiva, inattuale. Libussa viene terminata dall'autore nel 1848, l'anno fatidico della Rivoluzione, della fuga da Vienna di Metternich, il protettore di Grillparzer e di Stifter, il garante dell'impero.

Gli scrittori furono i primi a comprendere la tragica irreversibilità della fine, quella che venne raffigurata in La marcia di Radetzky da Joseph Roth, che assisteva al compiersi del percorso profetizzato da Grillparzer: «si passa dall'umanità, attraverso il nazionalismo, alla bestialità». Anticipando lo scatenarsi dei cruenti conflitti etnici nella Mitteleuropa. E come si sa, Hitler era austriaco.

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