Mahmoud Ahmadinejad è stato una delle figure più note e più controverse della politica iraniana e mediorientale degli ultimi vent’anni. Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran dal 2005 al 2013, si è distinto per un nazionalismo duro, posizioni frontali verso Stati Uniti e Israele e una retorica incendiaria.
Ieri, nel corso dell’operazione militare su vasta scala condotta da Stati Uniti e Israele contro obiettivi in Iran, la sua residenza a Teheran è stata colpita e, secondo fonti di stampa internazionali e media regionali, Ahmadinejad sarebbe rimasto ucciso, chiudendo una lunga fase di presenza politica e simbolica nel Paese. L'agenzia di stampa iraniana Labor News Agency aveva sostenuto che l'attacco avesse colpito la sua residenza a Narnak, nella zona nord-orientale di Teheran, uccidendo lui e diverse guardie del corpo. Il suo ufficio però ha smentito.
Dalle origini alla scalata politica
Nato a Garmsar nel 1956 in una famiglia modesta, Ahmadinejad si trasferì da bambino a Teheran. Studiò ingegneria civile all’Università della Scienza e della Tecnologia dell’Iran, dove conseguì anche un dottorato. Durante la guerra Iran-Iraq fu coinvolto in attività legate ai Basij, la forza paramilitare della Repubblica Islamica, esperienza che contribuì a consolidare il suo profilo di uomo della Rivoluzione.
Negli anni Novanta ricoprì incarichi amministrativi ma la svolta arrivò nel 2003, quando divenne sindaco di Teheran. In quel ruolo promosse uno stile austero e conservatore, puntando su simboli religiosi e politiche sociali rivolte ai ceti popolari.
Nel 2005 annunciò la sua candidatura alla presidenza dell'Iran. Nonostante il suo ruolo di sindaco della capitale, era ampiamente considerato un outsider politico e i sondaggi d'opinione mostravano scarso sostegno nei suoi confronti prima del primo turno elettorale. Attraverso una massiccia mobilitazione nazionale di sostenitori e con il sostegno dei più intransigenti riuscì però a ottenere un quinto dei voti, che lo spinse al secondo turno, in cui sconfisse facilmente il suo rivale più moderato, Hashemi Rafsanjani.
La presidenza tra consenso interno e isolamento esterno
Durante i suoi due mandati (2005-2013), Ahmadinejad cercò di rafforzare il sostegno popolare attraverso sussidi diretti e redistribuzione delle entrate petrolifere al fine di calmierare l’inflazione elevata e le crescenti difficoltà dovute alle sanzioni internazionali.
Sul piano estero, la sua presidenza fu segnata da scontri diplomatici continui. I suoi interventi alle Nazioni Unite e le dichiarazioni su Israele suscitarono condanne diffuse in Europa e negli Stati Uniti. Le sue posizioni sull’Olocausto furono ampiamente criticate dalla comunità internazionale, soprattutto quando chiese che Israele fosse "eliminato dalle pagine della storia". Il suo stile conflittuale fu talvolta oggetto anche di forti malumori interni e, nelle elezioni locali del dicembre 2006, i suoi alleati persero terreno a favore dei moderati.
Parallelamente, la determinazione nel proseguire il programma nucleare iraniano contribuì a un progressivo irrigidimento delle misure punitive contro Teheran. Nel 2009 la sua rielezione provocò vaste proteste interne, note come Movimento Verde, represse dalle autorità nel sangue.
Allo stesso tempo abituò i suoi interlocutori a sprazzi di imprevedibilità, come quando nel marzo 2008 visitò l'Iraq, diventando il primo leader iraniano a farlo dalla Rivoluzione iraniana. Nel novembre 2008 estese le sue congratulazioni a Barack Obama per la sua vittoria alle elezioni presidenziali statunitensi del 2008 e, in un discorso del febbraio successivo, annunciò che non sarebbe stato contrario a colloqui reciprocamente rispettosi con gli Stati Uniti.
Gli anni dopo il potere
Concluso il secondo mandato nel 2013, Ahmadinejad restò una figura pubblica ma con influenza ridimensionata. Dopo aver lasciato l'incarico, Khamenei lo nominò nel Comitato per determinare l'opportunità dell'Ordine Islamico, un organo deliberativo che arbitra le controversie tra il Majlis e il Consiglio dei Guardiani.
Tentò di rientrare nella competizione presidenziale negli anni successivi: nel 2017 si candidò alle elezioni presidenziali iraniane, nonostante Khamenei lo avesse precedentemente sconsigliato di candidarsi, affermando che "non era nel suo interesse e in quello del Paese". Poco dopo aver presentato la sua documentazione, Ahmadinejad fu squalificato dal Consiglio dei Guardiani.
Fu nuovamente estromesso dalla competizione nel 2021 e nel 2024 dopo aver presentato la documentazione necessaria. Negli ultimi anni aveva assunto talvolta posizioni critiche verso parte dell’establishment conservatore, mantenendo però un seguito tra settori nazionalisti e popolari.