Andriy Yermak ha attraversato la politica ucraina come una presenza silenziosa ma costante, capace di trasformarsi nel consigliere più ascoltato di Volodymyr Zelensky e nell’ingranaggio invisibile che, durante la guerra, teneva insieme diplomazia, strategia e potere.
La sua parabola, costruita tra le stanze riservate dell’Ufficio presidenziale e le sale dei negoziati internazionali, si è incrinata nel momento in cui la lotta alla corruzione ha bussato alle porte più alte dello Stato. Poche ore dopo aver presentato le dimissioni dall'incarico, in seguito a una perquisizione nella sua abitazione, ha espresso la volontà di volersi recare a combattere. "Vado al fronte e sono pronto a qualsiasi rappresaglia. Sono una persona onesta e perbene", ha dichiarato affermando di essere "disgustato dalla sporcizia che mi viene rivolta, e ancora di più dalla mancanza di sostegno da parte di coloro che conoscono la verità".
Yermak è nato a Kiev nel 1971. Dopo aver studiato diritto internazionale presso l’Taras Shevchenko National University, si è specializzato in diritto commerciale e proprietà intellettuale — un settore rimasto quasi bandito quando, negli anni ’90, cercava di distanziarsi dal sistema giudiziario spesso inquinato dalla corruzione. Dopo aver fondato un proprio studio legale, si è avvicinato al mondo dei media e dello spettacolo — grazie anche a contatti professionali con alcune produzioni televisive e cinematografiche ucraine. In quel contesto, conobbe Zelensky quando quest’ultimo era ancora un produttore televisivo.
Nel 2019, con la candidatura di Zelensky alla presidenza, Yermak entrò come consigliere, raccogliendo una fiducia tanto personale quanto strategica. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 2020, fu nominato capo dell’Ufficio presidenziale: un ruolo che in breve tempo lo portò a diventare — agli occhi di molti — la seconda persona più influente dell’Ucraina.
Con l’inizio del conflitto su larga scala con la Russia, Yermak ha assunto un ruolo ancora più decisivo. Non solo in qualità di coordinatore dell’apparato presidenziale, ma come architetto della diplomazia ucraina: mediazioni con Mosca, negoziati con gli alleati, gestione delle relazioni con l’Occidente. Col tempo, la sua posizione si è rafforzata: era considerato da molti come l’uomo che faceva accadere le cose. Alcuni lo chiamavano “shadow-president”: per via della sua influenza su vertici istituzionali, politica interna e scelte belliche — decisioni che in un normale assetto democratico sarebbero spettate a ministri o al Parlamento.
Il suo ruolo, per certi versi pragmatico e “senza filtri”, ha avuto sostenitori e detrattori: da un lato chi vedeva in lui una figura capace di tenere insieme uno Stato in guerra; dall’altro chi denunciava un’eccessiva concentrazione di potere, con il rischio di scavalcare meccanismi di controllo democratico. Spregiudicato, discreto, indispensabile, chi lo conosce — e ne studia il profilo — lo descrive come discreto, lontano da clamori mediatici, ma capace di parlare con tutti: da funzionari ucraini a leader europei e americani. Una criptica abilità di tessere relazioni e influenze, utile a mantenere aperti canali diplomatici in momenti cruciali.
Degli anni della sua carriera ricordano che, prima ancora che a Kiev entrasse in politica, aveva fondato una società di produzione mediatica e intrattenimento: un background non convenzionale per un uomo destinato a gestire guerre, diplomazia e strategie internazionali. Questa combinazione di esperienza legale, media, diplomazia e fervore politico gli ha dato un vantaggio unico: la capacità di fare da “ponte” tra ambienti molto diversi — dagli oligarchi dell’intrattenimento ai corridoi del potere, dalle sale riunioni delle ambasciate ai centri decisionali del conflitto.
Ma con grande potere è venuta anche grande responsabilità — e molte accuse: istituzioni, forze politiche, giornalisti e anche parte dell’opinione pubblica lo hanno criticato per un potere troppo “verticale”, capace di bypassare strutture istituzionali e consolidate tradizioni democratiche. In particolare, molti rimproveravano che il decisionismo di Yermak — pur efficiente — riducesse il ruolo del Parlamento e dei ministeri, concentrando nelle mani di un consigliere non eletto decisioni decisive di politica estera, militare e interna. Ma fino a poco tempo fa, per molti quella concentrazione di potere era considerata quasi inevitabile: in guerra, un’azione rapida e centralizzata, secondo alcuni analisti, poteva garantire coerenza e rapidità decisionale.
Il modello di carriera di Yermak è tutt’altro che convenzionale: da avvocato e produttore, a stratega politico e diplomatico. Una traiettoria che racconta non solo della sua ascesa — ma anche delle trasformazioni radicali vissute dall’Ucraina negli ultimi anni. Aveva guadagnato la fiducia in tempi “normali”, ma quando lo Stato è entrato in guerra, il suo potere è esploso: decisioni su diplomazia, sicurezza, politica interna — tutte in mano a un uomo solo, non eletto, ma indispensabile.
Ora, con la sua scelta di dimettersi dopo la perquisizione e l’indagine in corso, Yermak si trova al bivio. La sua parabola — che sembrava consolidata — è diventata simbolo di tensioni profonde: tra necessità di efficacia e guardie democratiche, tra emergenza bellica e esigenza di trasparenza.