«Sembrano invincibili, ma alla fine cadono sempre», diceva dei dittatori il Mahatma Gandhi. In Iran è la volta di Ali Larijani, capo della sicurezza nazionale che dai primi giorni di guerra, dopo l'eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei e persino in seguito all'elezione del figlio Mojtaba, è stato il leader de facto della Repubblica islamica. Un'altra testa del regime rotola così sotto i colpi dell'aviazione israeliana nel diciottesimo giorno di conflitto mosso da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Ma Larijani non è la sola figura della teocrazia a provare che non c'è più un luogo sicuro per i vertici della dittatura islamista, dopo che anche Khamenei junior è stato con molta probabilità ferito e non si è ancora visto né sentito. Nella notte fra lunedì e martedì i bombardamenti su Teheran e i suoi dintorni hanno ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante dei Basij, la forza paramilitare che dal '79 è uno dei bracci armati della teocrazia e ha contribuito al massacro di oltre 40mila civili disarmati nelle proteste anti-regime di inizio gennaio. Colpito a morte anche il figlio, suo assistente, il vice Qasim Qureshi, altri alti ufficiali e 300 membri della milizia. «Si sono uniti ad Ali Khamenei, e a tutti gli altri membri dell'asse del male eliminati, nella profondità dell'inferno», annuncia il ministro della difesa israeliano Israel Katz. A svelare agli 007 i luoghi da colpire pare siano stati alcuni residenti di Teheran, nonostante il blocco di internet lungo 18 giorni.
Altri nomi eccellenti si aggiungono dunque alla lista dei leader iraniani eliminati finora (come nel grafico), un elenco che si allunga di ora in ora. Dagli edifici di Teheran si alzano grida di giubilo, ultima frontiera della resistenza di un popolo che gioisce per le bombe contro i propri aguzzini, in attesa di un cambio ai vertici evocato anche da Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano spiega che l'eliminazione di Larijani rientra nell'obiettivo di «destabilizzare» la teocrazia, per dare al popolo «l'opportunità di rimuovere il regime». A fine giornata, sfidando la repressione e accogliendo l'appello del principe in esilio Reza Pahlavi, molti iraniani scendono in strada in varie città per festeggiare, in occasione della festa persiana del fuoco.
Sulla testa di Larijani pendeva una taglia da 10 milioni di dollari, dopo che il 13 marzo il capo della sicurezza aveva sfilato a Teheran, sfidando i nemici nel Giorno di Gerusalemme a sostegno dei palestinesi. Dopo il raid, sul canale Telegram di Larijani è apparso un messaggio, scritto a mano, dedicato ai «martiri» della Marina iraniana, almeno 84, uccisi il 4 marzo nell'attacco americano contro la fregata Dena nell'Oceano Indiano e definito «sacrificio contro gli oppressori». Una strategia, tipica del regime, per negare l'eliminazione di Larijani, confermata solo in serata, con minacce di vendetta.
Dalle nubi di una dittatura decimata, ma che intende preservare «il sistema» teocratico, si sarebbe alzato intanto il «no» del leader supremo, Mojtaba Khamenei, alle proposte di de-escalation o cessate il fuoco di due Paesi intermediari. Secondo Reuters, che cita un alto funzionario iraniano, per Khamenei jr «non è il momento giusto per la pace finché Usa e Israele non saranno costretti a inginocchiarsi, accettare la sconfitta e pagare un risarcimento». Parole che il leader supremo avrebbe pronunciato in occasione della sua prima sessione di politica estera, alla quale non si sa se abbia preso parte di persona.
E non potrebbe essere altrimenti, visto che il nuovo dittatore non si vede né sente dal primo giorno di guerra, quando secondo numerosi fonti è stato colpito durante il raid che ha ucciso il padre e diversi familiari. Ferito, se non addirittura in fin di vita o già defunto.