Una guerra nel Golfo Persico che minaccia il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, un’impennata dei prezzi del greggio e un presidente americano in difficoltà alla vigilia di elezioni decisive. Che dichiara: “questa situazione richiede un’attenta riflessione, nervi saldi e azioni risolute” e “la partecipazione di coloro che dipendono dal petrolio del Medio Oriente e che hanno a cuore la pace e la stabilità globali”. No, l’inquilino della Casa Bianca che ha pronunciato queste parole non è quello attuale, Donald Trump, ma un suo predecessore, il democratico Jimmy Carter, il quale 46 anni fa si è trovato in una situazione molto simile a quella in cui si trova oggi il tycoon.
Il filo rosso che unisce il 1980, e gli anni Ottanta in generale, al 2026 conferma la teoria dei corsi e ricorsi storici. Nel gennaio di quell’anno, come oggi, Iran e la Russia (sovietica) sono al centro delle notizie. Da pochi mesi la Rivoluzione Islamica ha spodestato lo Scià mentre nel dicembre del 1979 l’Urss ha intrapreso una pericolosa iniziativa in Asia centrale a sostegno del governo comunista di Kabul in lotta con i mujaheddin. “Lo sforzo sovietico per dominare l’Afghanistan”, si legge in un articolo dell’epoca del New York Times che cita il discorso dello Stato dell’Unione dell’allora presidente Carter, “ha portato le forze militari” di Mosca “a sole 300 miglia dall’Oceano Indiano e in prossimità dello Stretto di Hormuz, una via navigabile attraverso la quale transita la maggior parte del petrolio mondiale”.
L’Unione Sovietica, prosegue Carter, “sta ora cercando di consolidare una posizione strategica che rappresenta una grave minaccia per la libera circolazione del petrolio mediorientale”. Nel suo intervento al Congresso, il 39esimo presidente degli Stati Uniti sostiene che l’America avrebbe usato la forza, se necessario, per respingere un attacco da parte di una potenza ostile alla regione del Golfo Persico. Un’area in cui Washington proclama di avere un interesse economico fondamentale e che già nel 1973 aveva reso evidente la dipendenza degli Stati Uniti (e del mondo occidentale) dal greggio estratto nei Paesi arabi. Nasce così, sotto la presidenza di un democratico allergico ad una politica estera muscolare, la dottrina Carter, la quale lega a doppio filo lo Stretto di Hormuz alla superpotenza.
Il New York Times dà conto del discorso dello Stato dell’Unione del leader Usa riportando come per molti esperti del settore petrolifero e militare, la minaccia alla libera navigazione nel Golfo Persico espressa dal commander in chief è così grave “da escludersi da sola” in quanto “solo una nazione disposta a rischiare una rappresaglia totale da parte del resto del mondo oserebbe interferire con il suo traffico”. “Non riesco ad immaginare che i russi vogliano iniziare la Terza Guerra Mondiale in questo modo”, sostiene un esperto nel 1980 scartando di fatto l’ipotesi che Mosca possa minare “in poche ore” le acque attorno ad Hormuz.
La presidenza Carter non affonderà a causa delle minacce russe nello Stretto ma, per certi versi, ci andrà (geograficamente) vicino. A condannare il leader Usa ad un unico mandato sarà infatti una disastrosa missione militare volta a recuperare gli ostaggi del regime iraniano segregati nell’ambasciata americana a Teheran. Andando avanti veloce, la politica estera americana degli anni Ottanta rimarrà saldamente monopolizzata dagli eventi in Medio Oriente, tra le esplosioni di violenza e le operazioni israeliane in Libano e il conflitto tra Iraq e Iran che, sotta la presidenza di Ronald Reagan, arriva a minacciare la libera navigazione nel Golfo Persico.
Nel 1987 Reagan pronuncia un discorso che contiene echi del messaggio del suo predecessore. “Sono determinato a far sì che la nostra economia nazionale non venga mai più tenuta in ostaggio, che non si torni ai tempi delle code per la benzina, delle carenze, dell’inflazione, delle difficoltà economiche e dell’umiliazione internazionale”, dichiara l’ex governatore della California approvando la missione “Earnest Will” per proteggere le petroliere nel Golfo grazie alla scorta delle navi militari americane. Obiettivo: evitare il blocco dello Stretto e garantire il flusso di petrolio in transito nel braccio di mare strategico.
Reagan riesce a liberare Hormuz. Non senza difficoltà. Durante la missione approvata dal repubblicano, nel 1988, la fregata USS Samuel B. Roberts impatta contro una mina collocata in acqua dal regime iraniano e rischia di affondare. L’ex attore di Hollywood risponde con l’operazione “Praying Mantis” attaccando le forze navali del regime degli ayatollah.
Quello stesso anno, il Guardian pubblica un’intervista ad un già celebre Donald Trump. Non stiamo divagando. Il contesto è lontano solo in apparenza anni luce dalla politica estera messa in campo da Reagan ma le parole dell’immobiliarista di New York tornano di attualità in questi giorni. “Cosa farebbe con l’Iran?”, gli chiede la giornalista. “Sarei duro” con Teheran, “ci stanno sconfiggendo psicologicamente, facendoci fare la figura degli idioti”, risponde Trump. “Un solo proiettile sparato contro uno dei nostri uomini o una nostra nave e farei piazza pulita dell’isola di Kharg. Ci andrei e me la prenderei”, prosegue The Donald, facendo riferimento all’isola iraniana nel Golfo in cui i pasdaran processano il 90% del loro petrolio. “L’Iran non riesce nemmeno a sconfiggere l’Iraq, eppure si permette di fare il prepotente con gli Stati Uniti”, dice il tycoon che poco prima non aveva nascosto il suo interesse nei confronti di una candidatura alle presidenziali.
Non è la prima volta che Trump si esprime sull’Iran. Nel 1980, all’inizio della crisi degli ostaggi, l’imprenditore aveva affermato che l’America avrebbe dovuto invadere l’Iran. Durante il suo primo mandato, il 45esimo presidente elimina con un raid il capo dei pasdaran, Qasem Soleimani, nemico giurato degli Stati Uniti. Si ritiene che da allora Teheran abbia cercato di farlo assassinare e diverse voci, ad oggi non confermate, legano i recenti tentativi di omicidio del tycoon alla vendetta di Teheran. Quando torna alla Casa Bianca nel 2025, il repubblicano annuncia la politica di massima pressione sul dossier iraniano. Sino alla resa dei conti con i pasdaran avviata da Washington il 28 febbraio scorso assieme all’alleato israeliano.
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito dello scontro tra Trump e il regime islamico, un conflitto destinato a definire nel bene e nel male la presidenza del commander in chief. In queste ore si può intanto immaginare che, per uscire dal pantano iraniano, i collaboratori del leader Usa stiano guardando anche alle rievocate esperienze di Carter e Reagan nelle acque del Golfo Persico a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta (gli stessi anni in cui si è plasmata la visione del mondo del tycoon).
Dando un calcio ad un “vespaio” collocato in prossimità del Canale di Hormuz, una delle aree più strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti (e non solo), The Donald ha dimostrato di non aver tenuto sufficientemente in considerazione le lezioni dei suoi predecessori. Il prezzo di tale sottovalutazione, adesso, è sotto gli occhi di tutti.