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Economiche e distruttive: così Teheran mina lo Stretto di Hormuz

Secondo il New York Times, l’Iran ha cominciato a posare mine nello Stretto. Si consolida il blocco navale nell’area

Economiche e distruttive: così Teheran mina lo Stretto di Hormuz
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L’Iran rafforza il blocco dello Stretto di Hormuz cominciando a posizionare mine nel braccio di mare da dove, prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury passavano il 20% circa del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta. La notizia era stata diffusa due giorni fa dalla Cnn ma adesso trova nuove conferme in un nuovo articolo del New York Times. Secondo l’emittente all news il posizionamento dei dispositivi esplosivi era limitato ma avrebbe potuto essere ampliato in quanto Teheran conserva ancora almeno l’80% delle sue piccole imbarcazioni e posamine. Mentre l’esercito Usa ha annunciato di aver distrutto le navi posamine iraniane più grandi, riporta adesso il quotidiano di New York, il regime degli ayatollah avrebbe cominciato ieri ad utilizzare imbarcazioni più piccole. Iniziative non particolarmente rapide ed efficienti ma che creeranno un ulteriore deterrente per le navi che vogliono attraversare Hormuz.

Lo Stretto deve rimanere chiuso, ha proclamato nelle scorse ore la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Per farlo, dunque, Teheran (che ha già attaccato 16 navi nell’area dall’inizio del conflitto) si affida alle mine navali, armi che il Wall Street Journal in una sua analisi definisce semplici ma che potrebbero dare all’Iran un potere smisurato per devastare l’economia globale. “È un ottimo strumento di guerra asimmetrica”, afferma l’esperto Jahangir E. Arasli che sottolinea come “la capacità convenzionale (iraniana) è stata annientata ma loro dispongono di questa capacità asimmetrica”.

Il regime islamico può contare su diverse tipologie di mine (oltre 5000, di cui molte di produzione sovietica e iraniana anche se ce ne sarebbero di più nuove) progettate per essere trasportate alla deriva o ancorate al fondale, poco profondo, del Golfo Persico. Tra queste c’è la Maham 1, descritta come un ordigno circolare risalente agli anni Ottanta che può galleggiare, ormeggiata ad una catena o ancorata sul fondale, anche ad un solo metro di profondità. Cinque i sensori di cui è dotata che, se colpiti, possono far detonare fino a 120 chilogrammi di esplosivo. Alquanto contenuto, circa 1500 dollari per unità, il costo delle mine da contatto.

Nell’arsenale della Repubblica Islamica ci sono poi dispositivi più sofisticati. Tra queste la Maham 2 che si posiziona più in profondità e detona quando rileva un sommergibile o una nave in movimento sopra di essa tramite sensori magnetici o acustici, oppure la Maham 3 che può determinare la presenza di una nave da circa tre metri per poi trovare la posizione migliore per detonare.

Teheran possiede anche un arsenale di mine che possono essere agganciate agli scafi delle navi. È il caso della Maham 4 e della Maham 7. C’è comunque da sottolineare che per i pasdaran le mine non sono importanti tanto per i danni che possono causare alle navi di passaggio quanto per l’effetto psicologico e concreto che determinano interrompendo il commercio marittimo e causando danni incalcolabili all’economia globale. Tali dispositivi, avvertono, gli esperti, potrebbero poi essere impiegati per dissuadere gli Stati Uniti da un’invasione via terra.

L’Iran piazza le mine principalmente impiegando sommozzatori su imbarcazioni di piccole dimensioni che assomigliano a normali pescherecci. Un elemento che rende ancora più complicato, se non impossibile, individuare questa informale milizia navale.

Per rispondere allo scacco nel Golfo Persico, Washington in queste ore valuta la scorta delle navi da parte della sua Marina. In tal caso il rilevamento delle mine sarà parte integrante di qualsiasi missione di scorta delle imbarcazioni. Le navi militari Usa dovrebbero infatti essere guidate da unità navali equipaggiate per rilevare, schivare o eliminare i dispositivi esplosivi, uno alla volta.

Prima di dare eventualmente il via libera alla missione nell’area, il Pentagono dovrà tenere conto di un importante precedente. Durante la guerra tra Iran e Iraq, nell’aprile del 1988, la fregata Uss Samuel B. Roberts, impegnata a scortare un convoglio nel Golfo, urtò una mina SADAF-02 riportando gravi danni.

L’incidente spinse l’allora presidente americano Ronald Reagan a lanciare l’operazione “Mantide Religiosa” colpendo diversi obiettivi iraniani. 38 anni dopo, la minaccia delle mine e quella del regime islamico tornano ancora una volta a riaffacciarsi.

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