Guerra

Erdogan, prove a vuoto di mediazione

Il Sultano telefona a Putin e Zelensky, ma il dialogo è in salita. Ancora bombe e blackout

Erdogan, prove a vuoto di mediazione

Uno è un leader politico molto più autoritario che autorevole. Discusso e contestato per i suoi metodi spesso repressivi che se non lo hanno trasformato un dittatore poco ci manca. L'altro è la massima autorità religiosa al mondo, amato e rispettato da tutti, che ha fatto della carità, del dialogo e della tolleranza il suo manifesto. Non potrebbero essere più diversi. Eppure Recep Tayyip Erdogan e Papa Francesco, seppur guidati da motivi assai differenti, sembrano gli unici a cercare di tracciare una strettissima strada che porti a un dialogo tra Russia e Ucraina.

Dopo i ripetuti appelli, interventi, preghiere e tentativi di smuovere le acque del Pontefice, ieri è tornato in campo il Sultano. Evidentemente Erdogan vuole accreditarsi come interlocutore affidale con l'occidente e portare avanti i suoi interessi di natura economica e commerciale, ma il presidente turco ha passato il pomeriggio di ieri al telefono. Prima con l'invasore Putin, poi con l'invaso Zelensky, alla ricerca di una mediazione comunque difficilissima. Erdogan ha ribadito come il suo Paese offra le condizioni ideali per un negoziato e ha cercato di spiegarlo anche ai due leader. Con Putin si è parlato anche di grano, di Siria e dell'ipotesi di creare un hub per il gas. Quanto Si siano detti in merito un possibile dialogo di pace non è stato reso pubblico.

Zelensky invece ha spiegato l'oggetto parte della sua conversazione telefonica, ringraziando Erdogan per il sostegno nell'accoglienza dei profughi e per l'invio di generatori di corrente oltre che per la mediazione sul grano.

Anche in questo caso i nodi più intricati della questione sono rimasti cosa privata. Intanto il presidente Ucraino cerca alleati forti in Europa come il presidente francese Macron, che appoggia il piano ucraino di 10 punti per la pace, anche in vista del vertice di Parigi di domani e del prossimo G7 in cui il tema Ucraina sarà inevitabilmente all'ordine del giorno. Con l'enorme difficoltà di cercare una conciliazione tra parti agli antipodi.
Anche perché nel frattempo il conflitto è ben lontano dal fermarsi. La sola regione di Kherson è stata bombardata ieri ben 45 volte dai russi. Due morti e cinque feriti il bilancio parziale di un attacco che ha colpito anche il reparto maternità di un ospedale. Nel mirino infatti restano sempre le infrastrutture chiave del Paese, al punto che il porto di Odessa non è operativo dopo l'attacco russo al sistema energetico della regione. Oltre 1,5 milioni di persone nella regione meridionale di Odessa sono rimaste senza energia elettrica dopo che i droni russi hanno colpito due grandi impianti. Secondo le autorità regionali, l'elettricità per la popolazione sarà ripristinata "entro i prossimi giorni" ma è evidente che si tratti di una corsa contro il tempo. Per ripristinare l'intera funzionalità delle reti elettriche serviranno almeno due mesi di lavoro, senza contare l'incubo di nuovi attacchi. "C'è un significativo deficit di potenza nel sistema energetico. Sono stati danneggiati tutti gli impianti termici e idroelettrici, danneggiato in varia misura il 40% degli impianti di rete ad alta tensione" ha confermato il premier ucraino Denys Shmyhal spiegando che saranno inevitabili nuove interruzioni di corrente e blackout in tutto il Paese con la priorità che verrà data alle infrastrutture critiche e agli ospedali prima che alle abitazioni.

La controffensiva ucraina si è concentrata sulla città di Melitopol, ancora occupata dalle forze di Mosca. Colpita tra le altre cose una caserma utilizzata dal famigerato e spietato gruppo di mercenari Wagner. "I filmati postati sui social media hanno mostrato una caserma russa avvolta in un incendio", riferisce il britannico Guardian, aggiungendo che ci sarebbero state numerosi vittime: secondo fonti ucraine non verificate 200 soldati russi avrebbero perso la vita. Gli ucraini rivendiocano di aver colpito anche la base russa di Kadiivka, sede del quartier generale della brigata Wagner. Attacchi e contrattacchi in un quadro a tinte fosche in cui solo la mediazione di due personaggi praticamente agli antipodi sembra poter portare a un dialogo. Difficile, difficilissimo. Ma tra sacro e profano, non resta che sperare.

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