Nelle scorse ore, la notizia di un’invasione di terra dell’Iran ha fatto il giro del mondo. Come spesso è accaduto nell’area nella storica recente, il piede di porco on the ground sarebbe rappresentato dalle forze curde, questa volta irachene, in arrivo nel nord-ovest del Paese.
Un funzionario della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano (CPFIK) aveva affermato ieri sera che i gruppi armati curdi con base in Iraq avevano già avviato un'offensiva militare contro le forze del regime iraniano. Secondo quanto riportato, lunedì scorso i combattenti curdi affiliati al Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK) avevano iniziato a prendere posizione in territorio iraniano.
Secondo il CPFIK, i combattenti del PJAK si erano spostati in posizioni attorno alle montagne meridionali di Mariwan, nell'Iran occidentale, e migliaia di loro pare fossero già dispiegati nelle regioni montuose dell'Iran, in particolare nelle profondità dei Monti Zagros. Il PJAK gestisce due ali armate: la YRK (Unità di protezione del Kurdistan orientale) e la HPJ (Forze di protezione delle donne), che sono modellate sulle formazioni curde in Siria.
La Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano
La Coalizione è un’alleanza politica e in parte militare nata nelle ultime settimane da cinque principali organizzazioni curde iraniane di opposizione alla Repubblica islamica dell’Iran: il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran (PDKI), il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), l’Organizzazione Khabat del Kurdistan iraniano e Komala – Organizzazione dei lavoratori del Kurdistan. La coalizione nasce con l’obiettivo di coordinare politicamente e militarmente le forze curde contro il governo iraniano, promuovendo il rovesciamento del regime, l’autodeterminazione del popolo curdo e la creazione di un sistema democratico e laico in Iran.
Molti di questi gruppi possiedono proprie milizie armate e operano soprattutto dal Kurdistan iracheno, dove hanno basi e campi di addestramento. La formazione della CPFIK rappresenta il risultato di anni di tentativi di cooperazione tra i partiti curdi iraniani e mira a superare le divisioni interne storiche del movimento.
La strategia americana che passa per i curdi
Secondo quanto riportato dai media statunitensi, Donald Trump avrebbe contattato all'inizio di questa settimana due leader delle fazioni curde iraniane con base nel nord dell'Iraq e si è dichiarato disponibile a sostenere i gruppi disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime.
Sono giorni, infatti, che si inseguono le indiscrezioni secondo cui l’intelligence statunitense starebbe valutando l’ipotesi di sostenere e armare gruppi curdi iraniani con l’obiettivo di incoraggiare una rivolta. L’idea rientrerebbe in una strategia indiretta per esercitare pressione sull’Iran, aprendo un fronte interno nelle regioni curde del nord-ovest del Paese e costringendo le autorità iraniane a disperdere le proprie forze di sicurezza mentre affrontano tensioni regionali più ampie.
Tuttavia, esperti e osservatori sottolineano che una simile strategia comporterebbe rischi significativi: potrebbe intensificare le tensioni etniche all’interno dell’Iran. Inoltre, puntare su milizie etniche potrebbe frammentare ulteriormente l’opposizione iraniana invece di rafforzarla, rendendo più difficile un cambiamento politico nel Paese.
Le smentite
Mentre la notizia dell'offensiva montava, le forze curde sono corse ai ripari. Nella notte italiana, il vice capo di gabinetto del primo ministro della regione del Kurdistan iracheno, Aziz Ahmad, ha precisato che "nessun curdo iracheno ha attraversato il confine".
Barak Ravid di Axios, che aveva riportato la notizia dell'inizio dell'offensiva, ha poi eliminato su X il post iniziale scrivendone uno nuovo: "Ci sono notizie contrastanti su ciò che sta accadendo attualmente nell'Iran nordoccidentale, vicino al confine con l'Iraq. Non è chiaro se un'offensiva terrestre delle milizie curdo-iraniane sia già iniziata o possa essere lanciata nelle prossime ore. Un alto funzionario di una delle fazioni curdo-iraniane mi ha negato che un'offensiva terrestre sia iniziata".
Il gruppo dell'opposizione curda iraniana dell'organizzazione dei lavoratori del Kurdistan ha, inoltre smentito la medesima notizia secondo cui il proprio gruppo avrebbe avviato un'offensiva di terra nell'Iran occidentale.
A complicare la comprensione delle eventuali mosse curde, Khalil Nadiri, un funzionario del Partito per la Libertà del Kurdistan (PAK), con sede nella regione curda semi-autonoma dell'Iraq settentrionale, che aveva dichiarato ieri che alcune delle loro forze si erano spostate in aree vicine al confine iraniano, nella provincia di Sulaymaniyah, e che erano pronte a intervenire.
Tutti i rischi di una “via curda all’Iran”
L’idea di utilizzare le milizie curde per destabilizzare o far crollare il regime iraniano presenta diversi rischi strutturali. In primo luogo, dal punto di vista politico, una strategia fondata su gruppi etnici armati potrebbe frammentare ulteriormente l’opposizione iraniana: molti movimenti anti-regime nelle grandi città hanno un’agenda principalmente nazionale e democratica e potrebbero diffidare di un progetto percepito come separatista, indebolendo così la possibilità di una mobilitazione ampia e coordinata. In secondo luogo, sul piano militare, i gruppi curdi iraniani hanno capacità limitate e operano soprattutto in aree periferiche e montuose; anche se riuscissero ad aprire un fronte locale, difficilmente potrebbero mettere in crisi lo Stato centrale senza un’insurrezione simultanea nelle principali città del Paese.
Esiste poi un rischio di reazione repressiva e nazionalista: il governo iraniano potrebbe sfruttare un’insurrezione curda sostenuta dall’esterno per rafforzare la narrativa della difesa dell’integrità territoriale, consolidando il consenso interno e giustificando una repressione più dura. Inoltre, la strategia potrebbe produrre effetti regionali destabilizzanti, su una miccia politica come quella curda, perché la questione curda coinvolge più paesi del Medio Oriente e un conflitto aperto in Iran potrebbe spingere attori vicini a intervenire o a rafforzare le proprie politiche di sicurezza contro movimenti curdi nei loro territori.
Infine c’è il problema della gestione del “dopo”: anche se un’insurrezione indebolisse seriamente il regime, il rafforzamento di milizie etniche armate potrebbe rendere più difficile costruire un ordine politico stabile e inclusivo.