Recentemente il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato una lunga analisi, molto dettagliata e utilizzante fonti primarie, su come gli avvisi di intelligence precedenti l'invasione russa dell'Ucraina siano stati sottovalutati dalla maggior parte degli Stati europei e dallo stesso governo di Kiev. L'analisi ripercorre i mesi antecedenti il fatidico 24 febbraio 2022, soffermandosi principalmente sulle fonti statunitensi e britanniche, per ricostruire l'andamento della crisi ucraina ma soprattutto per mostrare come diverse fonti, tra cui anche quelle aperte, dimostrassero l'intenzione russa di invadere l'Ucraina.
Riprendiamo ora i punti salienti di quella ricostruzione dei fatti, perché possono fornire una preziosa lezione da applicare per la lettura di altre crisi internazionali che soffrono della medesima tara cognitiva, in particolare quella per Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.
La finzione del Cremlino
Il Guardian riferisce che i primi indizi dell'attacco russo si sono manifestati nella primavera del 2021, quando le truppe di Mosca hanno iniziato a radunarsi lungo i confini dell'Ucraina e nella Crimea occupata, presumibilmente per esercitazioni di addestramento. Gli Stati Uniti avevano ricevuto informazioni di intelligence che suggerivano che il presidente Putin avrebbe potuto utilizzare un discorso annuale, previsto per il 21 aprile, per esporre le ragioni di un'azione militare in Ucraina. Quando l'allora presidente Biden venne informato dall'intelligence, una settimana prima del discorso, era così allarmato da ritenere che già allora l'invasione fosse possibile.

Quando alla fine il leader russo effettuò il discorso, fu molto meno bellicoso del previsto, e il giorno dopo l'esercito russo annunciò la conclusione delle esercitazioni militari al confine. Sembrava quindi che il vertice russo-statunitense proposto, e che effettivamente si tenne, avesse disinnescato con successo la minaccia, e quando i due leader si incontrarono a Ginevra a giugno, Putin a malapena menzionò l'Ucraina, facendo pensare che non fosse più un problema. In realtà, non la menzionò perché, come vedremo, aveva già deciso per la guerra.
Quattro settimane dopo Ginevra, il Cremlino fece partire la narrazione sull'appartenenza dell'Ucraina alla sfera russa, che ebbe il suo apice col discorso alla nazione del 21 febbraio 2022, dove accusava il governo di Kiev di essere nazista e di essere fomentato dall'occidente. Narrazione, quella del nazismo, che è cominciata molti anni prima e che è stata funzionale alla propaganda russa anche in Europa.
Maskirovka ai confini ucraini
A settembre 2021, la Russia iniziò un altro ammassamento di forze lungo i confini dell'Ucraina che nel giro di un mese raggiunse una massa difficile da ignorare. Washington raccolse nuove informazioni sui piani russi, più dettagliate e molto più sconvolgenti rispetto alla primavera, in base alle quali era evidente che Putin stesse pianificando qualcosa di più grande.
BREAKING: We have obtained new satellite imagery taken yesterday by the Airbus Pléiades constellation showing military Russian military build-up in an encampment approximately 15km from Kursk.
— Conflict News (@Conflicts) February 10, 2022
Much of this equipment has moved into this location since the start of February. pic.twitter.com/ptMp0uWUoW
A metà novembre, l'inviato Usa a Bruxelles alla riunione annuale dei responsabili dell'intelligence della NATO, espresse la convinzione degli Stati Uniti che ci fosse ora una reale possibilità di una massiccia invasione russa dell'Ucraina. Il capo dell'MI6 britannico, la sostenne. Come parte dell'alleanza Five Eyes per la condivisione di intelligence, il Regno Unito aveva visto la maggior parte di ciò che gli Stati Uniti avevano raccolto e disponeva anche di propri canali di intelligence che indicavano la possibilità di un'invasione. La principale reazione nella sala, tuttavia, fu lo scetticismo. Alcuni scartarono a priori l'idea di un'invasione. Altri espressero il timore che se la NATO avesse adottato una posizione forte in risposta, questa avrebbe potuto rivelarsi controproducente, provocando esattamente lo scenario che gli Stati Uniti affermavano di temere.
A partire da ottobre, Londra e Washington avvisarono Kiev sulla futura invasione, ma il presidente Zelensky si dimostrò oltremodo scettico, arrivando a negarla sino quasi all'ultimo momento: temeva che la diffusione di un tale avviso potesse diffondere il panico generale, e così favorire gli eventuali piani di Mosca. Per questo il leader ucraino divenne sempre più irritato con americani e britannici, che oltre agli avvertimenti privati stavano iniziando a parlare pubblicamente della minaccia di invasione con un'importante campagna di diffusione di dati di intelligence mai vista prima. A novembre, Zelensky inviò uno dei suoi più alti funzionari della sicurezza in missione top secret in una capitale europea per consegnare un messaggio ai leader politici tramite i canali di intelligence: la paura della guerra è falsa e riguarda solo il tentativo degli Stati Uniti di fare pressione sulla Russia.
Il bias della sfiducia
L'indicatore più ovvio della prossima invasione era in parte visibile nelle immagini satellitari commerciali: decine di migliaia di soldati russi che si muovevano in posizioni vicine al confine con l'Ucraina. Treni carichi di carri armati venivano spostati lungo il confine, con la scusa della fine dell'esercitazione militare che coinvolgeva anche la Bielorussia: una manovra per cercare di confondere l'intelligence occidentale nella migliore tradizione della maskirovka russa. C'erano anche state comunicazioni militari intercettate: nessuna di esse menzionava un'invasione, ma a volte riguardavano azioni che avrebbero avuto poco senso se non fosse stata in programma un'azione militare. Non c'erano però prove concrete che Putin avesse preso una decisione politica per mettere in atto il suo piano, nemmeno quando, come dalle colonne del Giornale facemmo notare a quel tempo, la maggior parte della Flotta russa prese il mare con numerose unità da assalto anfibio che andarono a rinforzare la Flotta del Mar Nero.
Ed era qui il problema: a Parigi e a Berlino, proprio come a Kiev, le agenzie di intelligence interpretarono il rafforzamento militare non come un piano di guerra, ma come un bluff per fare pressione sull'Ucraina. Per alcuni europei, il ricordo del distorto contesto di intelligence dell'invasione dell'Iraq nel 2003 alimentò lo scetticismo su questa nuova guerra. Mentre Washington e Londra condividevano più dati di intelligence del solito, le informazioni più sensibili spesso arrivavano con la fonte oscurata, per protezione, e si chiedeva di “fidarsi”. La passata brutta esperienza del 2003, ha pesato molto su questa richiesta di cieca fiducia.

Il bias del soggetto razionale e la negazione plausibile
Un grosso ostacolo psicologico per alcuni servizi segreti europei era la convinzione che Putin fosse un attore in gran parte razionale, ed erano profondamente scettici sul fatto che avrebbe intrapreso un piano che ritenevano destinato al fallimento. È mancata quindi la considerazione che l'essere umano, spesso, agisce in modo irrazionale e che una nazione, soprattutto se il potere è accentrato, può agire di conseguenza.
La presidenza russa ha aggiunto un tassello importante a questa confusione diffusa nelle intelligence europee: la quasi totale assenza di comunicazione tra i pochissimi vertici politici a conoscenza del piano – anche il ministro Sergei Lavrov era stato tenuto all'oscuro sino all'ultimo giorno – e i vertici militari: questo ha causato la conferma del bias cognitivo in quanto le fonti primarie russe erano coscientemente e genuinamente convinte che non ci sarebbe stata nessuna invasione: la tattica è stata quella della negazione plausibile.

Lo schema cinese riprende quello russo
Veniamo ora alle lezioni apprese, che possiamo adattare allo scenario del Pacifico Occidentale. La Repubblica Popolare Cinese ha adottato una campagna propagandistica simile a quella Russa: Pechino si propone al mondo, compreso il suo intorno geografico, come un “attore di pace” aderente alle leggi internazionali. La convinzione che la RPC sia un attore prevalentemente economico, e quindi che non metta a repentaglio i suoi legami commerciali per una guerra, è ampiamente diffusa nella politica e nel mondo dell'analisi occidentale. Entra quindi in gioco la questione della sottostima dell'irrazionalità di un attore.
Le continue rassicurazioni cinesi sulla volontà di perseguire la pace e di trovare una soluzione pacifica alle crisi internazionali, è il leitmotiv dell'approccio politico occidentale al Dragone, ma Pechino ha già dimostrato di non essere affidabile in tal senso: il furto dei dati personali di circa 5mila agenti della Digos da parte di entità di cyber criminali riconducibili alla RPC, è arrivato poco dopo gli accordi italo-cinesi di cooperazione per il monitoraggio della criminalità cinese in Italia, che vedeva una stretta collaborazione tra le rispettive agenzie di polizia.

Pechino sta adottando anche un approccio simile alla maskirovka russa: nell'ultimo anno le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan sono aumentate di numero e soprattutto stanno ora simulando un blocco aeronavale dell'isola. Più ancora, l'attività aeronavale cinese nello spazio aeromarittimo intorno all'isola è aumentata facendo segnare anche un aumento delle penetrazioni lungo la linea mediana dello Stretto di Taiwan: un modo per regolarizzare l'attività militare affinché, qualora la mobilitazione dovesse essere finalizzata all'invasione o al blocco navale, le agenzie di intelligence occidentali ritengano si tratti di normale attività.
Infine, l'accentramento del potere nelle mani del leader Xi Jinping, e l'eliminazione di alti personaggi delle forze armate cinesi – spesso
con la scusa della corruzione – potrebbe anche servire a ridurre considerevolmente il numero di persone a conoscenza di possibili piani militari, esattamente come osservato per Putin in occasione dell'invasione in Ucraina.