No, non è tempo di festeggiare un eventuale accordo di pace con l'Iran, l'annuncio di Trump che rimanda di cinque giorni l'ultimatum previsto per ieri notte non vuol dire che la guerra è finita. È solo una giravolta strategica che non eviterà di ritenere le parole del presidente una rottura con Israele, una specie di abbandono del campo invece di concludere la parabola del regime degli ayatollah. No. Ci aspettano ancora molte sorprese.
Trump ci mette di fronte con la sua uscita alla sua ennesima mossa: la sua scacchiera è larga, il suo compagno di strada Israele, due difensori dell'Occidente che possono piacere o meno, ma che al momento stanno combattendo insieme, nella differenza evidente di una grossa macchina mondiale e di un abilissimo combattente sul campo, un regime assassino che fa migliaia di morti col terrorismo in tutto il mondo mentre perseguita il suo popolo decimando i giovani con stragi in strada e condanne a morte dei dissidenti.
Ieri Trump mentre annunciava di aver rimandato il suo ultimatum, Israele attaccava e distruggeva quello che l'Idf ha descritto come «i maggiori quartier generali militari» delle Guardie della Rivoluzione, mascherati con strutture civili e di fatto centro di coordinamento della guerra in corso. Ieri pomeriggio il numero dei missili iraniani diminuiva, mentre senza dubbio la leadership di punta non esiste più, eliminata giorno dopo giorno. Trump ha messo da parte momentaneamente l'attacco immediato alle strutture energetiche iraniane come invece aveva promesso di fare se l'Iran non avesse subito riaperto Hormuz e questo ha abbassato il prezzo del petrolio mentre ha dato alle Borse un desiderato scossone positivo. Questo ha riorganizzato il consenso economico interno e internazionale intorno al presidente e ringalluzzito i Paesi Arabi sofferenti e alleati. Si tiene conto anche di loro, ha dimostrato Trump, «temporeggiamo». In serata c'è stata anche una telefonata con Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano chiarisce: «Lui ritiene che ci sia la possibilità di sfruttare i grandi successi per un accordo che tutelerà i nostri interessi vitali. Li tuteleremo in qualsiasi situazione».
Trump è un businessman. Ma dall'altra parte avanza la realizzazione degli obiettivi stabiliti fin dal primo giorno della guerra: ha messo al primo posto con insistenza la questione dell'uranio arricchito, dell'indispensabile conclusione fra i 15 punti presentati del disegno atomico degli ayatollah. Definitivo, ha detto Trump. Ma con chi ha parlato? Israele pare sia stata avvertita in modo diretto di un dialogo col presidente del parlamento, Mohammed Bagher Ghalibaf, che naturalmente nega: ma è lui, dottore in geografia, una personalità durissima, capace di coniugare la leadership delle Guardie della Rivoluzione a quella politica, membro eminente anche dei terribili Basiji, capo della polizia e anche sindaco dei Teheran per due volte. Se è lui, come sembra, la personalità con cui Trump ha incaricato i suoi di parlare di quella che appare una resa nobilitata da una sopravvivenza di una parte minore del regime, possiamo parlare qui di un'importante superstite anche se da parte iraniana seguita a venire pubblicizzato il solito «no». Ma se il «no» prevarrà, come è piuttosto realistico, allora il motivo logistico del rinvio mostrerà chiaro il suo significato: la Uss Tripoli, con 2.200 marines a bordo si sta unendo all'unità di spedizione marines, altri 2.200, mentre altre navi, Uss Boxer, Uss Portland e Uss Comstock stanno navigando a loro volta con 2.500 marines a bordo.
Tutto questo dunque che cosa vuol dire? Che cosa accadrà? Nessuno sa la risposta. Trump gioca su una scacchiera su cui muove la prossima mossa del re e anche quella del cavallo. Sullo sfondo, il giovane leone d'Israele.