Donald Trump muove la sua “Armada” e avverte l’Iran: c’è poco tempo per chiudere un’intesa che eviti un nuovo raid dopo quello di giugno. Teheran prende tempo, ma basta poco al tycoon per colpire. Nell’area è arrivata la portaerei USS Abraham Lincoln e il relativo gruppo di attacco, mentre da giorni gli avamposti americani, come Diego Garcia, hanno visto un via vai di caccia e aerei per formare la potenza di fuoco necessaria. Il presidente ha spiegato che il nuovo dispositivo militare somiglia molto a quello creato negli ultimi mesi intorno al Venezuela, poi culminato con l’operazione lampo che ha portato alla cattura e all’arresto del presidente Nicolás Maduro. Per la Repubblica islamica si tratta di un avvertimento sinistro, in particolare per la leadership del regime.
Sul tavolo, le richieste vanno ben al di là della fine della repressione contro i manifestanti che a inizio anno ha insanguinato il Paese. Funzionari europei sentiti dal New York Times hanno fatto sapere che le richieste dell’amministrazione americana sono tre:
- Fine definitiva di ogni arricchimento dell’uranio;
- Limiti alla gittata e al numero dei missili balistici negli arsenali;
- Fine di ogni sostegno ai proxy nella regione, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi che operano in Yemen.
Dalla lista mancano quindi richieste specifiche sulla repressione. Ufficialmente il regime parla di circa 3.000 morti, ma stime indipendenti evidenziano un bilancio ancora più alto, che sfiora i 30 mila morti. Come sottolinea la stampa americana, Trump sembra convinto di poter ripetere il blitz di Caracas, o almeno di sfruttare quanto successo in America Latina per intimidire la leadership religiosa del Paese e i Pasdaran.
Le proteste hanno scosso alle fondamenta il regime e i contatti diplomatici delle ultime settimane hanno segnalato agli americani che tutto il potere iraniano è in subbuglio. Sempre il Times ricorda che i contatti del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, con gli americani sono avvenuti sempre attraverso intermediari, anche a causa della debolezza stessa del ministro, depotenziato perché costretto a consultare ogni volta il vertice religioso del Paese, ovvero la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Diversi funzionari hanno detto che il negoziato è arenato e non ci sono indicazioni che Teheran intenda cedere. La leadership iraniana vede nelle richieste di Trump un tentativo di minare le fondamenta stesse del potere sciita e della sua capacità di difendersi. Ad ogni modo, le richieste dell’amministrazione presentano dei limiti.
La prima sarebbe complessa da monitorare. Mentre i grandi siti atomici come Natanz e Fordow sono inservibili dopo gli strike americani dell’anno scorso, non è da escludere che il processo di arricchimento continui in siti più piccoli e diffusi. Al momento, dicono gli 007 americani ed europei, l’Iran non ha ancora recuperato campioni di uranio arricchito al 60% (una soglia poco sotto il minimo necessario per avere una bomba), ma con ogni probabilità proseguirà il lavoro nei prossimi mesi.
La seconda richiesta riflette i timori israeliani. Una riduzione della gittata dei vettori nelle mani di Teheran metterebbe al sicuro tutto il territorio israeliano. Ma anche in questo caso è difficile che l’Iran rinunci, dato che l’arsenale rappresenta l’ultimo deterrente disponibile per il regime. Il terzo punto riguarda ciò che resta del network del terrore costruito negli anni dall’Iran in tutto il Medio Oriente.
L’indebolimento economico della Repubblica islamica sta avendo effetti sull’intera rete, perché rende difficile per il regime trasferire fondi, armi e sostegno agli alleati, che a loro volta sono sotto pressione per la guerra di Israele a Gaza e per le operazioni contro Hezbollah in Libano.