Nel silenzio degli ambienti progressisti e sedicenti femministi dell'Occidente, nei cieli di Teheran le donne combattono davvero. Più di 30 tra pilote, navigatrici di combattimento e tecniche delle Forze di difesa israeliane hanno preso parte alle operazioni militari contro la Repubblica islamica. Un dettaglio che entra a far parte del lungo elenco della cronaca militare di questi giorni intensi, che però ha un forte significato simbolico.
Come riportato dall'Adnkronos, una di queste combattenti, nome in codice "Major M", ha raccontato la sua esperienza al Daily Mail. Sta vivendo una doppia vita: marketing di giorno, attacchi a bordo di un F-16 di notte. Dopo le sortite contro i bersagli islamisti, torna a casa dal marito. Nelle sue parole si sente l'orgoglio professionale di chi ha guadagnato competenza tecnica e sangue freddo grazie all'addestramento, ma non è solo questo. Il messaggio politico è tanto evidente quanto inevitabile: donne israeliane che combattono contro un regime che da anni reprime in modo violento le donne iraniane.
Si tratta di una nuova forma di femminismo armato e, per qualcuno, potrebbe essere anche controverso. Soprattutto per chi si riempie la bocca di parole e dichiarazioni, ma poi nel concreto non fa nulla o, peggio, si trova dalla parte sbagliata della storia. Poi certo, la campagna contro Teheran non ha tra gli obiettivi quello di "salvare le donne", ma questo sarebbe una conseguenza della caduta del regime degli ayatollah. E in una regione dove la parità di diritti è terreno di scontro religioso e culturale, sapere che tra i caccia che sfrecciano nei cieli iraniani ci sono anche delle pilote è un'immagine molto potente e serve a ricordare a tutti i detrattori dello Stato ebraico che esso è l'unica società paragonabile a quella occidentale in Medio Oriente.
Questa è anche una peculiarità di Israele, dove il servizio militare è obbligatorio anche per le donne, con alcune eccezioni. E la loro percentuale in ruoli militari attivi non ha eguali negli altri Paesi.
"Major M" ha dichiarato di essere orgogliosa di "proteggere la mia famiglia, i miei amici e me stessa". Parole forti, che uniscono identità civili e compiti bellici in un modo che in Europa non è naturale, e che nel conflitto attuale diventa una delle immagini più forti.