Dopo quattro anni di guerra in Ucraina, una parte dell’Europa prova a trasformare la pressione politica su Mosca in un’azione concreta sul mare. Quattordici Paesi affacciati sul Baltico e sul Mare del Nord, ai quali si è aggiunta l’Islanda, hanno inviato una lettera congiunta all’Organizzazione marittima internazionale segnalando che le petroliere legate alla cosiddetta “flotta ombra” russa potrebbero essere fermate, ispezionate o bloccate se non pienamente conformi alle regole internazionali su sicurezza, assicurazioni e documentazione.
Resta però aperta la questione decisiva: l’applicazione. Fermare o trattenere una petroliera comporta rischi legali, operativi e politici, soprattutto in un contesto di tensione con Mosca che include attività ibride come interferenze ai sistemi satellitari di navigazione, più volte segnalate nel Baltico. Alcune unità della flotta ombra viaggiano inoltre con scorte armate, aumentando il livello di complessità di eventuali interventi. Se le autorità costiere europee passeranno davvero a controlli sistematici e rigorosi, l’impatto potrebbe non manifestarsi tanto in sequestri spettacolari quanto in un aumento dei costi, dei ritardi e dell’incertezza per il sistema logistico che sostiene le esportazioni petrolifere russe.
La Russia e la sua flotta ombra
Dai porti russi di Primorsk e Ust-Luga, nell’area di San Pietroburgo, parte infatti circa metà del greggio esportato da Mosca verso i mercati globali, in particolare Cina, India e Turchia. Le petroliere devono attraversare uno stretto corridoio marittimo tra Danimarca e Svezia prima di raggiungere il Mare del Nord e l’Atlantico. Ogni mese, decine di tanker carichi di petrolio russo transitano in questo tratto, e una parte di essi figura da tempo in liste di osservazione internazionali per carenze tecniche o amministrative.
La Russia, del resto, dispone di alternative limitate. Il porto di Novorossijsk, sul Mar Nero, è stato ripetutamente colpito da attacchi ucraini, mentre le rotte dall’Artico o dall’Estremo Oriente, inclusa l’area di Sakhalin, non hanno capacità logistiche sufficienti per compensare un eventuale rallentamento del flusso dal Baltico. Questo rende il corridoio settentrionale un punto di vulnerabilità chiave.
La presa di posizione europea
La comunicazione rappresenta un cambio di passo significativo. Per la prima volta, un gruppo coordinato di Stati europei lascia esplicitamente intendere che la libertà di navigazione non può essere invocata da navi che operano sistematicamente al di fuori delle norme, in particolare in aree sensibili. I governi firmatari sottolineano che petroliere prive di assicurazione valida, con equipaggi non certificati, con sistemi di sicurezza carenti o coinvolte in pratiche opache come il cambio di bandiera in mare e i trasbordi di greggio ad alto rischio possono essere considerate non idonee alla navigazione e quindi soggette a interventi delle autorità costiere.
La presa di posizione europea arriva in un contesto di crescente attenzione internazionale sulla flotta utilizzata dalla Russia per aggirare sanzioni e restrizioni sul petrolio. Secondo le stime, una quota rilevante delle esportazioni russe di greggio continua a transitare su navi anziane, spesso registrate sotto bandiere di comodo o con strutture societarie difficili da ricostruire. Molte di queste unità spengono i transponder per evitare la tracciabilità satellitare e navigano senza coperture assicurative riconosciute, aumentando i rischi ambientali e di sicurezza.
Il pressing degli ultimi giorni
Negli ultimi giorni, alle dichiarazioni si sono affiancati anche fatti concreti. La Francia ha confermato di aver intercettato nel Mediterraneo una petroliera sospettata di far parte della flotta ombra, dirottandola verso il porto di Marseille-Fos per verifiche su bandiera e documentazione. Le autorità francesi hanno inoltre disposto il fermo del comandante nell’ambito dell’inchiesta, segnalando che il caso riguarda possibili violazioni delle norme marittime e del regime sanzionatorio.
Sul piano politico, l’iniziativa europea risponde anche alle pressioni di Kiev.
La scorsa settimana, intervenendo al Forum economico di Davos, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva pubblicamente chiesto perché gli Stati Uniti riescano a intercettare e bloccare navi sospette in alto mare mentre le petroliere legate alla Russia continuano a navigare indisturbate lungo le coste europee. La lettera inviata all’Organizzazione marittima internazionale appare come una prima risposta, seppur prudente, a quella sollecitazione.