Negli ultimi mesi, il rapporto fra Stati Uniti e Venezuela è scivolato da una pressione “a distanza” – fatta di sanzioni, minacce e interdizioni marittime – a una sequenza di azioni sempre più cinetiche che oggi culminano nella notizia più dirompente: Donald Trump sostiene che Nicolás Maduro e la moglie siano stati “catturati e portati fuori dal Paese” durante un “large scale strike” americano. È un salto di qualità che, a livello simbolico e pratico, ricorda più le operazioni di cambio di regime del passato che la consueta “guerra economica” degli ultimi anni.
Per capire come si è arrivati a questa notte, bisogna tornare all’inizio della nuova fase di escalation, quando la Casa Bianca ha rimesso il dossier venezuelano al centro, costruendo una narrativa precisa: Maduro come capo di un “narco-stato”, la rotta della cocaina come minaccia diretta alla sicurezza statunitense, e l’energia venezuelana come leva strategica. Questa cornice ha dato copertura politica a due binari che hanno iniziato a procedere insieme: l’inasprimento delle misure economiche e una campagna di contrasto armato al traffico di droga in mare.
Sul fronte energetico, uno snodo chiave è arrivato il 4 marzo scorso, quando gli Stati Uniti hanno revocato la licenza a Chevron per operare in Venezuela, imponendo un periodo di “wind down” per chiudere le attività. La mossa ha segnalato la volontà di togliere ossigeno finanziario a Caracas e, al tempo stesso, di mostrare che la leva petrolifera non sarebbe stata gestita come una eccezione permanente. A questa stretta si è aggiunta un’ulteriore misura che, per il suo carattere extraterritoriale, ha fatto discutere: dal 2 aprile, qualunque Paese importi petrolio venezuelano può essere colpito con una tariffa del 25% sulle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti.
Mentre l’economia venezuelana veniva così messa sotto pressione dall’esterno, dal mare cominciava a prendere forma l’altro binario. Dall’inizio di settembre, gli Stati Uniti hanno intensificato una campagna di strike contro imbarcazioni accusate di muoversi lungo rotte di narcotraffico, con un bilancio complessivo che supera le cento vittime. È un passaggio delicatissimo perché sposta il baricentro.
Nelle ultime settimane, la tensione è salita di un gradino ulteriore, e questa volta in modo esplicito. Il 16 dicembre l’annuncio di Trump di un “blocco totale e completo” dei tanker sanzionati in entrata e uscita dal Venezuela: una formula che, al di là del linguaggio, punta a colpire l’arteria principale dell’economia venezuelana – l’export di greggio – e a isolare operativamente la logistica marittima. Nei giorni successivi si sono moltiplicate notizie di sequestri di navi e inseguimenti in mare.
La stretta economica si è poi consolidata con la “fase sanzioni” di fine anno. L’11 dicembre 2025 il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato nuove misure contro figure legate al regime; il 19 dicembre è la volta di ulteriori sanzioni su familiari e associati di Maduro e della moglie, presentate come un colpo alle reti che “sostengono” il potere a Caracas. Infine, il 31 dicembre, vengono colpite società e petroliere collegate al settore oil venezuelano, nel quadro di un’azione contro quello che viene descritto come un sistema di evasione delle sanzioni.
Questa escalation finanziaria non è rimasta confinata ai comunicati: a cavallo fra Natale e Capodanno, il racconto pubblico si è tinto di operazioni sul territorio venezuelano. Trump rivendica un attacco americano contro una struttura lungo la costa ma resta succinto nei dettagli.
È anche il momento in cui Maduro, sul piano comunicativo, prova a cambiare registro: in un’intervista di fine anno, trasmessa nei giorni a cavallo del 31 dicembre e ripresa ieri, offre “serious talks” a Washington, propone cooperazione sul narcotraffico e si spinge a evocare perfino investimenti americani nel settore petrolifero.Un ultimo e goffo tentativo di appeasement o una fuga negoziata-velatamente annunciata?