Ci sono due caratteristiche della leadership che fanno di Netanyahu uno dei personaggi più importanti della storia contemporanea. La prima è la capacità di perseguire un obiettivo impossibile fino a compimento. Così è stato per Churchill quando è riuscito a rompere la paura generale di fronte alla guerra nazista e trascinare il mondo alla vittoria. La seconda è la forza d'animo nel resistere alla marea di biasimo interno e internazionale, di maledizioni, insulti, condanne, maldicenze grandiose come quella di essere genocida e miserabili come quella di fare la guerra per restare al potere. Bibi è diventato nei titoli di giornali un nomignolo cui si deve quasi per obbligo aggiungere sbeffeggio e accusa. Ma è una formula frustrata e consumata, specialmente in questi giorni.
La storia dell'attacco all'Iran che i jet israeliani hanno compiuto insieme a Trump comincia nel 2015, quando Bibi parlò al Parlamento americano di fronte a Obama corrucciato: spiegò che l'accordo dell'allora presidente con gli ayatollah era destinato a fallire, che non avrebbe prevenuto l'Iran dall'ottenere l'arma nucleare, e anzi ne avrebbe garantito la realizzazione. Parlò della metastatizzazione del male iraniano, della sua fanatica determinazione a distruggere Israele, gli USA, l'Occidente (tema ripetuto per 20 anni, anche ieri con Fox News) e chiarì la sua motivazione: «Il popolo ebraico - disse - non è più inerme, lo Stato ebraico non è imbelle». All'ONU l'ha spiegato: «I giorni in cui gli Ebrei rimasero passivi di fronte a nemici genocidi sono finiti»; e dopo il 7 di ottobre «Noi ci difenderemo con tutte le nostre forze: neveragain è adesso». Era un concetto complesso, se si vuole capire come pensa Netanyahu invece di fantasticare su smanie di potere dopo trent'anni di vittorie elettorali mai forzate e mai usate in modo lesivo per una democrazia in continua ebollizione, deve guardare prima di tutto alla sua educazione, in cui il padre Bentzion, uno dei maggiori storici dell'antisemitismo gli ha insegnato quanto si paga a sottovalutare i segnali del prossimo pogrom; deve guardare al fratello, Yoni, ucciso il 4 luglio 1976 a Entebbe, alle ferite sul suo volto e alle battaglie sue e del fratello Iddo con la Sayeret Matchal. Il discorso del 2015 aprì la strada ai patti di Abramo: i paesi moderati sunniti scoprirono che Israele era l'interlocutore contro la prepotenza iraniana, mentre Netanyahu consolidava la preminenza economica, militare, scientifica.
Ma intanto l'Iran, mentre si disegnava la Russia di Putin cui forniva armi, la Cina, la Corea del Nord, seguitava a centrarsi su «morte a Israele e morte all'America», approntando una leadership sui proxi sempre meglio armati, alla testa Hamas e gli Hezbollah. Dopo il 7 di ottobre l'aggressione ha segnato l'urgenza di avviarsi con molta urgenza, pena la vita, all'origine del cancro mediorientale, l'Iran. La sopravvivenza del popolo ebraico ha affrontato l'elemento culturale che dal 1948 ha segnato la ricerca disperata di una pace fatta di concessioni, senza possibilità di realizzarsi. Netanyahu non si è arreso allo choc, sia Biden che l'ONU e l'UE hanno cercato di far deporre le armi a Israele, proibendo di accedere a Rafah e allo Tzir Philadephi, persino tagliando le armi. Netanyahu ha osato porre in modo definitivo la questione del disarmo di Hamas e della restituzione degli ostaggi, affrontare gli Hezbollah entrando in Libano, per evitare un'invasione al nord. Adesso, dopo che la «guerra dei dodici giorni» aveva lasciato, come ha detto ieri Witkoff, 460 chili di uranio arricchito pronto per 11 bombe atomiche e il fallimento delle trattative, dopo che l'Iran ha aggredito anche i Paesi del Golfo, l'Arabia Saudita e alcuni i Paesi europei l'orizzonte adombra quello che Netanyahu si è immaginato mentre seguiva la sua strada.
Dopo 10 anni dal discorso al senato americano Israele non è sola davanti al mostro che vuole distruggerla, e oltre all'amicizia di Trump, Netanyahu può contare su un largo mondo che ritiene impossibile cooperare con la crudeltà degli Ayatollah. È un quadro difficile quello di Netanyahu, dove la pace non sia un'illusione, ma almeno una possibilità.