C’è un nuovo capitolo sul giallo delle 10mila dosi di monoclonali regalate e rifiutate in pandemia (di cui scriviamo da mesi). Perché Aifa e ministero della Salute dissero no alle cure destinate ai fragili non vaccinabili (over 65, obesi, diabetici, malati renali cronici, immunodepressi eccetera), offerte ai primi di ottobre dal colosso Usa Eli Lilly grazie all’intercessione di uno scienziato italiano, che avrebbero potuto ridimensionare il secondo lockdown?
Motivi medici, di protocollo, di via libera. Burocrazia, insomma. C’è una lettera datata 13 ottobre 2020 in cui l’allora dg Aifa Nicola Magrin, risponde al luminare che guida la Scuola di medicina dell’Emery University, Guido Silvestri. È quest’ultimo - come spiegano le mail depositate alla fine dell’anno scorso in commissione Covid dall’ex dg della Prevenzione Ranieri Guerra - ad aver ottenuto questo favore da un suo collega. Ma l’Aifa queste monoclonali non può accettarle: «Caro Silvestri, noi siamo come Aifa disponibili a discutere una procedura di emergenza per l’uso di questo farmaco (...) Le possibilità (rapide) in Italia sono: 1) trial clinico randomizzato (approvazione del protocollo in 24 ore da parte della Cts-Aifa e approvazione del comitato etico Spallanzani in altre 24 ore max) 2) uso compassionevole - serve un protocollo d’uso approvato dalla Cts-Aifa e poi il farmaco va importato e distribuito dalla ditta 3) inserimento in una lista di farmaci approvati per l’uso nel Ssn dopo valutazione della Cts-Aifa e serve la sintesi degli studi disponibili in un mini dossier (importato quindi come donazione o come?)».
Est modus in rebus, se si vuole il farmaco si può ricevere. Ma la donazione sfuma comunque dopo la riunione del 29 ottobre 2020 tra i vertici della Eli Lilly e quelli del ministero della Salute tra cui Giuseppe Ippolito (Direttore scientifico dello Spallanzani, che verrà nuovamente audito giovedì in commissione Covid) e lo stesso Magrini. Come ha già scritto il Giornale il 30 ottobre 2020 Silvestri scrive: «Cari Ranieri (Guerra, ndr) e Gianni (Rezza, ndr), ho riflettuto molto su quello che è successo ieri durante la chiamata con Aifa e Lilly, soprattutto il comportamento di Ippolito (poiché Magrini alla fine ha fatto una mezza virata verso la ragione), e ne ho parlato a lungo al telefono con Andrea Antinori, che mi ha confermato non solo l’assurdità delle obiezioni “scientifiche” di Beppe all’uso degli anticorpi ma anche il fatto che questo sabotaggio stia avvenendo secondo lui per salvaguardare il business futuro di (Rino, ndr) Rappuoli e Tls (come mi aveva già detto Gianni al telefono)».
Quale business? Quello che consentirà alla Fondazione Toscana Life Sciences di lavorare alla produzione di monoclonali (che però arriveranno fuori tempo massimo) con finanziamenti pubblici, mentre le stesse dosi di monoclonali Eli Lilly verranno acquistate mesi dopo a mille euro l’una. Cosa è successo? La mancata donazione di monoclonali finisce sui giornali a fine 2020, Aifa parla di «un insormontabile vincolo normativo» vale a dire l’approvazione europea, con l’ok dell’Agenzia europea del farmaco Ema. Peccato che dopo a febbraio del 2021, ovvero 44 giorni (quando le dosi sono state regalate altrove) Aifa si rimangi tutto e firmi un parere del Cts di Aifa in cui riconosce che, vista l’emergenza in corso (siamo dentro il secondo, forse evitabile, lockdown) era opportuno somministrare i monoclonali Eli Lilly ai pazienti ad alto rischio non ospedalizzati «con procedura straordinaria», vista «l’esistenza di prove di efficacia ancora preliminari», le stesse di ottobre. In commissione Covid, l’ex presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli aveva detto che seguendo «il principio di precauzione avremmo dovuto proteggere il più possibile categorie a rischio, infondendo loro anticorpi monoclonali, ovviamente a condizione che gli stessi fossero attivi sulle varianti al tempo circolanti, per prevenire lo sviluppo di una patologia conclamata».
Mentre le persone fragili morivano in ospedale nella seconda ondata (più letale della prima) Aifa opponeva vincoli normativi che smentiva poche settimane dopo. Al Giornale lo ha sottolineato anche Giorgio Palù, che ha sostituito proprio Magrini: «I monoclonali, se somministrati in fase precoce, riducono i ricoveri del 70% e la mortalità in soggetti gracili. Appena arrivato all’Aifa mi sono battuto per introdurre i farmaci monoclonali in Italia, ho trovato assurdo restituire le 10mila dosi offerte da Ely Lilly e l’ho detto alla Corte dei Conti», ci aveva raccontato lo scorso dicembre, dichiarandosi disponibile a riferire in commissione Covid. Quanto alla necessità dell’ok di Ema Palù ci aveva detto: «Questa ortodossia non era necessaria in questo momento, perché abbiamo sia lo strumento giuridico, cioè la possibilità di decretazione d’urgenza da parte del ministero, sia i dati pubblicati».
«Il parere Aifa arriva quando il governo Conte II con ministro dell’Economia Roberto Gualtieri spende 15 milioni di euro di soldi pubblici per acquistare quote della Tls, società concorrente delle Lilly e della Regeneron Roche - aveva detto il senatore Fdi Antonella Zedda in commissione - il parere del Cts di Aifa non lascia nessun dubbio scientifico: accettare la donazione della Eli Lilly avrebbe consentito all’Italia di avere un strumento di difesa contro il virus durante la seconda ondata. Perché il ministro della Salute Roberto Speranza e Conte hanno atteso più di tre mesi per consentire agli italiani di utilizzare una cura efficace?», si chiede la parlamentare meloniana. Per tacere del potenziale danno erariale caduto nel nulla. Domande a cui dovrà rispondere Ippolito in commissione Covid giovedì. Chissà quali domande farà l’onorevole Pd Ylenia Zambito, che della materia è una profonda conoscitrice avendo incrociato più volte la sua strada accademica all’Università di Pisa proprio con Toscana Life Sciences.
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