L’attacco americano e israeliano scattato questa mattina, in pieno giorno, contro Teheran potrebbe aver già decapitato alcune delle massime autorità iraniane, a partire dall’ayatollah Ali Khamenei. Nella nebbia della guerra che contraddistingue ogni operazione militare e in attesa di conferme e stime dei danni provocati dai raid di Washington e Tel Aviv, l’unico modo per farsi strada tra indiscrezioni e verità è mettere insieme i fatti e ricostruire la catena degli eventi.
Il ben informato Barak Ravid scrive su Axios che gli americani si starebbero concentrando su obiettivi legati al programma missilistico dell’Iran mentre gli israeliani, oltre a tali obiettivi, starebbero attaccando anche autorità di alto livello della Repubblica Islamica. Una divisione di compiti che mostrerebbe la perfetta sincronizzazione delle azioni compiute dai due alleati discussa, come è possibile immaginare, nei numerosi colloqui tra il presidente Usa Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
In particolare l’aeronautica dello Stato ebraico avrebbe condotto nelle scorse ore attacchi in Iran nel tentativo di assassinare la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e altre figure di spicco politiche e militari. Tra le fonti consultate dal giornalista ci sono funzionari americani e israeliani. Questi ultimi sottolineano che l’obiettivo dell’operazione odierna è “creare tutte le condizioni per la caduta del regime iraniano, ma gli sviluppi dipenderanno anche dalla misura in cui il popolo iraniano si solleverà”. Stando a quanto pubblicato dal sito Usa sarebbero stati attaccati in simultanea tre siti dove erano in corso delle riunioni del regime e “molte figure essenziali per la gestione della campagna e il governo del regime sono state eliminate”.
Le fonti di Axios confermano di aver colpito la residenza della Guida Suprema ed il complesso governativo, come anche documentato da immagini dall’alto e da colonne di fumo che si sollevavano dall’area in questione della capitale iraniana. Tra i soggetti presi di mira ci sarebbero il presidente Masoud Pezeshkian, il comandante delle guardie della Rivoluzione Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Amir Nasirzadeh, il principale consigliere per la Sicurezza di Khamenei, Ali Shamkani, e l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Secondo le stesse fonti, Pakpour e Nasirzadeh sarebbero stati uccisi. Israele avrebbe inoltre preso di mira anche i figli di Khamenei che però, secondo valutazioni dell’intelligence, sarebbero sopravvissuti ai raid.
Mentre Tel Avis sottolinea che servirà del tempo per verificare se i target individuati siano stati effettivamente neutralizzati, il figlio del presidente Pezeshkian ha affermato che i tentativi di assassinio contro suo padre “non hanno avuto successo” e che “anche gli altri funzionari sono al sicuro”.
Le sorti di Khamenei sono ancora avvolte dal mistero. Il Jerusalem Post scrive che qualsiasi contatto con la Guida Suprema è stato interrotto e non c’è certezza sul suo destino. Secondo una valutazione preliminare fatta dagli israeliani, l’ayatollah sarebbe rimasto ferito nell’attacco. Per la Reuters, invece, Khamenei non si trovava a Teheran al momento dei blitz e sarebbe stato trasferito in un luogo sicuro. Anche Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, avrebbe dichiarato ad Nbc News che “per quanto ne so” la Guida Suprema “è ancora viva” aggiungendo che il cambio di regime in Iran ventilato da Trump nelle ultime ore è una “missione impossibile”.
Le smentite della morte di Khamenei che giungono da Teheran non convincono del tutto. C’è in particolare un elemento su cui accende i riflettori l’esperto Shanaka Anslem Perera e che farebbe pensare che l’attacco di questa mattina al compound governativo iraniano sia avvenuto in un luogo e in un momento ben preciso. Perera riferisce infatti che il raid contro le strutture governative del regime islamico sia avvenuto dopo le 08:00, in pieno giorno (circostanza abbastanza singolare), in concomitanza, forse, con un vertice delle massime autorità iraniane. Una sorta di replica di quanto accaduto nei primi minuti della guerra dei 12 giorni dello scorso anno quando Tel Aviv, nell’ambito dell’Operazione Nozze Rosse, colpì decine di generali della Repubblica Islamica.
Per l’analista, mesi di raccolta di intelligence da parte di Tel Aviv avrebbero portato a scoprire l’imminenza del vertice e a colpire. Che Khamenei sia stato trasferito prima dell’attacco o che sia sopravvissuto ad esso, per Perera il regime si trova di fronte ad uno scenario dalla portata catastrofica.