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Usa pronti a sbarcare in Iran, il Pentagono valuta raid di terra: Kharg nel mirino

Mentre a Islamabad si tenta la via diplomatica, Washington rafforza il dispositivo militare e studia incursioni contro obiettivi strategici del regime

Usa pronti a sbarcare in Iran, il Pentagono valuta raid di terra: Kharg nel mirino
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I colloqui diplomatici previsti oggi ad Islamabad, in Pakistan, tra le autorità del Paese ospitante e i ministri degli Esteri dell’Arabia Saudita, della Turchia e dell’Egitto non fermano la missione Epic Fury lanciata il 28 febbraio scorso da Stati Uniti e Israele. Il Pentagono, riferiscono funzionari americani al Washington Post, si starebbe infatti preparando a operazioni di terra in Iran della durata di settimane. Una notizia che arriva a poche ore dall’arrivo in Medio Oriente della 31esima unità di spedizione dei Marines a bordo della nave d’assalto anfibia USS Tripoli, accompagnata dalla USS New Orleans e dalla USS San Diego. Gli oltre 2000 Marines appena arrivati nell’area del Centcom fanno parte di una prima ondata di rinforzi decisa da Donald Trump. Nelle prossime settimane è previsto l’arrivo di un altro contingente di Marines e di 2000 paracadutisti dell’82esima Divisione Aviotrasportata a cui potrebbero aggiungersi altri 10mila soldati pronti per essere dispiegati “boots on the ground” contro il regime degli ayatollah.

I piani del Pentagono svelati dal Washington Post non sarebbero ancora stati approvati dal presidente americano e il quotidiano Usa precisa che qualsiasi potenziale operazione di terra non si configurerebbe come un’invasione su vasta scala ma potrebbe invece prevedere incursioni condotte da un mix di forze speciali e truppe di fanteria. Una missione di questo tipo potrebbe esporre i militari statunitensi agli attacchi da parte di Teheran attraverso droni, missili, fuoco da terra ed esplosivi improvvisati. Il bilancio delle perdite tra gli americani dall’inizio del conflitto è di 13 soldati killed in action, tra cui sei in un incidente in Iraq, sei in un attacco di velivoli senza pilota al porto di Shuaiba in Kuwait e uno in un raid alla base Prince Sultan in Arabia Saudita. Oltre 300 i feriti tra le truppe Usa.

Le fonti consultate dal Washington Post riferiscono che all’interno dell’amministrazione americana si è discusso della possibile conquista dell’isola di Kharg, il gioiello della corona del regime islamico attraverso il quale transita il 90% del petrolio iraniano, e di incursioni in altre zone costiere nei pressi dello Stretto di Hormuz volte ad individuare e distruggere armi in grado di colpire mercantili e militari. Un funzionario statunitense ha dichiarato che il raggiungimento degli obiettivi allo studio del dipartimento della Guerra richiederebbe probabilmente “settimane, non mesi” ma un’altra gola profonda ha indicato una tempistica di “un paio di mesi”.

L’arrivo dei rinforzi in Medio Oriente darebbe la possibilità al presidente degli Stati Uniti di lanciare operazioni di terra. Una fonte citata in forma anonima dal Washington Post avverte però che, nel caso di un assalto all’isola di Kharg (uno degli obiettivi più probabili del Pentagono), la parte più complicata si materializzerebbe dopo la sua conquista, con i soldati sul campo esposti al fuoco nemico. Più in generale a preoccupare gli americani è la capacità di reazione dimostrata dal regime iraniano, nonostante i continui attacchi lanciati da Washington e Tel Aviv. Secondo un funzionario Usa consultato dal New York Times, Teheran potrebbe avere ancora a disposizione migliaia di droni Shahed e centinaia di missili balistici. Se ciò fosse confermato, in caso di un’operazione di terra non è difficile immaginare che il target degli attacchi del regime islamico si sposterebbe dalle basi degli States nella regione o da altri obiettivi nei Paesi del Golfo ai soldati americani sul territorio iraniano.

In risposta alle ultime indiscrezioni della stampa, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha affermato che “è compito del Pentagono prepararsi per dare al commander in chief la massima libertà di scelta. Ciò non significa che il presidente abbia preso una decisione”. Lo scorso 20 marzo, parlando con i giornalisti, Trump ha detto di non voler inviare truppe aggiungendo che se lo facesse “di certo non ve lo direi”.

Pochi giorni fa invece il segretario di Stato Marco Rubio, dopo aver ribadito che l’operazione in Iran è in anticipo sui tempi, ha dichiarato che gli Stati Uniti possono raggiungere tutti i loro obiettivi senza truppe di terra”. Commenti che, unitamente alle aperture sui colloqui di pace che arrivano da Washington, rendono ancora più fitta la “nebbia di guerra” che avvolge la missione Epic Fury.

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