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"Vi spiego perché lo scontro tra Usa e Iran sembra inevitabile"

Il ricercatore Ali Alfoneh analizza i nodi dei negoziati di Ginevra: dal diritto all'uranio al rischio di una "decapitazione" del regime che non ne fermerebbe però la struttura militare

"Vi spiego perché lo scontro tra Usa e Iran sembra inevitabile"
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Ali Alfoneh è ricercatore senior all'Arab Gulf States Institute di Washington, ed è il principale analista iraniano per l'Arab Weekly, autore di “Iran Unveiled” e anche ideatore della teoria della trasformazione della Repubblica islamica in una dittatura militare. Dalle sue riflessioni è chiaro che sono diversi gli ostacoli da affrontare durante i negoziati di domani a Ginevra tra Washington e Teheran e anche le criticità e i punti a favore di un’eventuale azione militare americana sul territorio iraniano.

L’incontro di domani a Ginevra tra Iran e Stati Uniti potrà produrre dei risultati?
Il prossimo round di colloqui che si terrà domani ha un esito ancora molto incerto.

Quali sono i temi caldi che verranno affrontati?
Gli Stati Uniti sembrano fare pressione sull'Iran su due questioni principali: il preteso diritto di Teheran all'arricchimento dell'uranio e il suo programma missilistico. In quanto firmataria del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), la Repubblica islamica sostiene che non rinuncerà a quello che considera il suo diritto all'arricchimento dell'uranio, sebbene abbia indicato la disponibilità a discutere il grado e la portata dell'arricchimento. Per quanto riguarda il suo programma missilistico convenzionale, i funzionari iraniani hanno dichiarato che non è aperto ai negoziati, sostenendo che abbandonarlo equivarrebbe a un disarmo unilaterale.

Cosa si aspetta dagli sviluppi diplomatici dei prossimi incontri?
Mi aspetto l'uso della forza. Israele potrebbe tentare di sabotare i negoziati. Non si può escludere un attacco militare, da parte di Israele o degli Stati Uniti, né la possibilità che l'Iran dia esecuzione alla sua minaccia di scatenare una guerra regionale più ampia come rappresaglia.

Quali svantaggi potrebbe avere un attacco statunitense all'Iran?
In caso di conflitto, l'Iran probabilmente reagirebbe non direttamente contro il territorio nazionale degli Stati Uniti, ma contro le infrastrutture energetiche regionali, con la possibilità di interrompere le forniture globali di petrolio e facendo aumentare i prezzi del carburante per i consumatori americani. Teheran potrebbe calcolare che la pressione economica sui mercati energetici rappresenti una vulnerabilità chiave per il presidente Donald J. Trump.

Ci sono invece dei benefici da un’eventuale azione militare americana?
Un attacco militare è un mezzo, non un fine. I suoi vantaggi o svantaggi dipendono interamente dagli obiettivi strategici di Trump, che rimangono poco chiari. In momenti diversi, Trump ha suggerito obiettivi che spaziano dal cambio di regime a Teheran, agli attacchi con decapitazione contro figure di spicco, fino alla diplomazia coercitiva volta a modificare il comportamento del regime senza ricorrere a una guerra su vasta scala.

Quale forma potrebbe assumere un raid degli Stati Uniti nel caso ci fosse?
Sebbene il presidente Trump abbia parlato favorevolmente di “attacchi limitati”, Teheran ha avvertito che qualsiasi risposta iraniana non sarebbe stata limitata.

È possibile che Ali Khamenei venga ucciso?
La decapitazione del regime è una possibilità concreta. Tuttavia, non mi aspetto che la Repubblica Islamica crolli anche se la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, venisse assassinato. Il sistema iraniano prevede una struttura di leadership collettiva, composta dal presidente, dallo speaker del parlamento, dal capo della magistratura e da alti funzionari della Guardia Rivoluzionaria e delle forze armate regolari. Questa costellazione sarebbe molto più difficile da eliminare di un singolo individuo e sarebbe probabilmente in grado di governare anche in tempo di guerra.

Quale forma potrebbe

avere la transizione all’interno della Repubblica islamica?
Se Khamenei venisse ucciso, l'Iran potrebbe invece assomigliare al "modello Venezuela", in cui la leadership cambia ma il regime stesso resta immutato.

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