Negli anni Settanta, con "La Rigenerazione", avvenne la scoperta del Teatro di Svevo, tanto che la commedia, dopo il successo di Tino Buazzelli (1974), fu ripresa da altri mattatori come Tino Carraro e Gianrico Tedeschi e oggi da Nello Mascia. A dire il vero, però, fu Squarzina, con la complicità di Tullio Ketich, a far trionfare il romanzo La coscienza di Zeno, protagonista Alberto Lionello, nel 1964. Si discusse di quanto fosse pertinente la trasposizione scenica di un testo narrativo, visto che, qualche critico, sosteneva il dogma dell'intraducibilità. Pur facendo storcere il naso ai cultori del romanzo, l'edizione dello Stabile di Genova mostrò come la riduzione teatrale di un capolavoro, potesse essere utile per approfondirlo grazie ai mezzi messi a disposizione dal teatro. Da allora La coscienza di Zeno è stata proposta più volte. Sembra che, al romanzo, scritto nel 1888, fosse stato interessato anche Giorgio Strehler che aveva lavorato a una sceneggiatura per trarne un film. Lo Stabile del Friuli Venezia Giulia lo ripropone in un nuovo adattamento, regia di Paolo Valerio, che ben si adatta a un bravissimo Alessandro Haber, al Teatro Elfo Puccini da oggi al primo marzo. Come non riflettere su una serie di luoghi e di personaggi che hanno fatto grande la letteratura mitteleuropea, tutti rassomiglianti, anche se diversamente inetti, per aver deciso di non partecipare attivamente alla vita sociale di un'Europa guerrafondaia, dove contava solamente l'economia bellica.
Zeno Cosini non era diverso da Mattia Pascal né da Ulrich, l'Uomo senza qualità di Musil, né da Leopold Bloom dell'Ulisse di Joyce. Paolo Valerio ha costruito uno spettacolo pensando al suo protagonista, inventandosi un alter ego più giovane, interpretato da Alberto Onofrietti che agisce sulla scena mentre Alessandro Haber diventa protagonista dell'Io narrante, seduto su una poltrona che sostituisce il divano dello psicanalista, dove, anziché scrivere la sua autobiografia, su consiglio del Dottor S.
, preferisce raccontarla, un racconto che Paolo Valerio trasforma in rievocazione, grazie all'uso della scenografia, con proiezioni, alla Svoboda, di Marta Crisolini Malatesta che cura anche i costumi, dove abbonda il grigio, da intendere come grigiore della vita, arricchita dalle luci di Gigi Saccomandi che, con l'alternarsi dei colori, rimandano all'alternarsi delle scene evocate da Zeno, ma anche dei sentimenti contrastanti, conseguenza di amori sbagliati e di continue infedeltà, all'interno di famiglie che stanno vivendo il trapasso da un tardo romanticismo a quello della crisi identitaria. Valerio ricorre ad accostamenti pittorici, come il grande occhio, proiettato sul sipario e, successivamente, su un grande specchio rotondo, che fa pensare a un oblò.