«Hitler scappò in Patagonia su un sommergibile: ho visto dove s’era nascosto»

È forse l’unico storico al mondo ad aver visitato e filmato l’Estancia San Ramon, una grande fattoria della Patagonia argentina, ai piedi delle Ande, dove Adolf Hitler sarebbe vissuto negli anni Cinquanta. Alessandro De Felice ne è persuaso: «Il Führer non si suicidò affatto il 30 aprile 1945 nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, insieme a Eva Braun. Riuscì invece a fuggire in Sudamerica. Visse con l’amante divenuta moglie in questa località impervia, raggiungibile solo in fuoristrada, a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche, la città soprannominata “la Svizzera argentina” in cui aveva trovato rifugio anche Erich Priebke, il capitano delle Ss condannato per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Da lì si spostò dopo qualche anno a Villa La Angostura, a Inalco, 85 chilometri da Bariloche. Morì per un’emorragia cerebrale il 13 febbraio 1962 o nel 1959, come sostiene il mio amico italo-scozzese Patrick Burnside, il maggiore esperto sulla permanenza di Hitler in Patagonia dopo il 1945».
Questo catanese di 47 anni non è uno storico qualsiasi. Il professor Renzo De Felice, considerato il massimo studioso del fascismo, era cugino di suo padre. «Mi considerava un nipote. L’ho frequentato dal 1982 fino alla morte, avvenuta nel 1996. Era in cura da anni per un’epatite C che aveva contratto in Israele. Andavo a trovarlo a Roma, nella sua casa di via Antonio Cesari, al Gianicolo, dove viveva con Attila, un boxer al quale era molto affezionato. Mi ha guidato nei miei studi».
De Felice junior s’è laureato in storia contemporanea alla Cattolica di Milano, «con una tesi sulla scissione del Psi avvenuta a Palazzo Barberini nel 1947 per iniziativa di Giuseppe Saragat e sul ruolo dei servizi segreti americani nel finanziare la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani, poi divenuto Psdi, che portò all’estromissione del Pci dal governo e all’adesione dell’Italia alla Nato». Era il 1990 e De Felice sognava una cattedra universitaria. Ma già l’anno seguente capì che non avrebbe mai potuto aspirare alla stessa carriera accademica dell’illustre parente: «Mi misi in contatto col professor Mauro Canali, allievo di Renzo De Felice e docente all’Università di Camerino. Stava indagando sul vero motivo che portò all’uccisione di Giacomo Matteotti. Il deputato socialista aveva scoperto le prove dello scandalo Sinclair oil, una storiaccia di tangenti che coinvolgeva il fascismo e Casa Savoia. Io sono amico del barone Marco Carnazza, nipote di Gabriello Carnazza, originario di Catania, che fu ministro dei Lavori pubblici dal 1922 al 1924 nel primo governo Mussolini. Fornii a Canali i documenti conservati nell’archivio del politico etneo. Carnazza era infatti un imprenditore legatissimo alla holding statunitense Rockefeller-Morgan, collegata alla Sinclair oil. Nel giugno 1925, un anno dopo il delitto Matteotti, la Morgan concesse all’Italia fascista l’apertura di una linea di credito da 50 milioni di dollari che fu fondamentale per la stabilizzazione della lira. Ebbene, consegnai al professor Canali il fascicolo originale dei Carnazza sull’affare Matteotti, pregandolo solo di citarmi. Ma lui nel volume edito dal Mulino si guardò bene dal farlo. Lì tutto mi fu chiaro. Come ci si fa strada negli atenei, intendo. Quando ambivo al dottorato di ricerca, mi fu obiettato: “Lei legge troppi libri”. In Italia non hanno mai indagato sulla tangentopoli della cultura, su come si assegnano le cattedre».
Per campare, De Felice ha conseguito nel 2008 all’Università di Siena una seconda laurea, in medicina, ed è diventato un imprenditore nel ramo sanitario. Un vero peccato, perché il gene di famiglia per gli studi storici l’ha ereditato tutto intero, unitamente a una spiccata propensione investigativa. «Quando studiavo alla Cattolica a Milano, frequentavo la biblioteca della Fondazione Feltrinelli, dove spesso incontravo il senatore a vita Leo Valiani. Un giorno non resistetti, mi avvicinai e gli chiesi a bruciapelo: mi perdoni, lei che è stato nel Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, mi sa dire come fu ucciso il Duce? Valiani mi scrutò e poi rispose: “La morte di Mussolini è un segreto che è meglio lasciar stare”. Siccome insistevo per saperne di più, aggiunse una frase lapidaria: “Gli inglesi hanno suonato la musica e il Pci è andato a tempo”, con ciò confermando implicitamente che nella fucilazione del dittatore a Dongo giocò un ruolo fondamentale la preoccupazione britannica di non far trapelare nulla circa il famoso carteggio Churchill-Mussolini, che il capo del fascismo portava con sé quando fu catturato dai partigiani e che sparì senza lasciare traccia. Valiani mi raccomandò: “Se lo tenga per sé”. Alla prima occasione lo riferii invece a Renzo De Felice, che scosse la testa: “Non posso scriverlo, perché non mi crederebbe nessuno”. Ma io non mi sono arreso e sono partito da lì per un’indagine sul carteggio Churchill-Mussolini che getta nuova luce anche sulla famosa querela sporta da Alcide De Gasperi contro Giovannino Guareschi, direttore del Candido, quella costata all’inventore di don Camillo e Peppone 409 giorni di prigione. Ci lavoro da otto anni, presto pubblicherò un libro di 600 pagine».
Che cosa le fa credere che Hitler sia scappato in Patagonia?
«Io non delineo certezze. Pongo dubbi, che sono terreno fertile per coltivare il pensiero. Prima di andare a San Carlos de Bariloche, ero scettico sull’ipotesi della fuga del dittatore e di Eva Braun, sebbene il libro di sir Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler, non mi avesse affatto convinto. È questo testo il piedistallo storiografico su cui è stata fondata la tesi del duplice suicidio nel bunker di Berlino. Trevor-Roper lavorava per il Military Intelligence britannico e prendeva ordini dal primo ministro Winston Churchill, che voleva dare a tutti i costi all’opinione pubblica mondiale il cadavere del mostro. Per dire della sua attendibilità, è lo stesso storico che nel 1983 autenticò i falsi diari attribuiti al Führer e pubblicati dal settimanale Stern. Trevor-Roper all’epoca dirigeva la casa editrice del Times di Londra».
Il cadavere non era di Hitler?
«Improbabile. La perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l’8 e l’11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani, forse per salvarsi la faccia davanti alla storia. Due le particolarità anatomiche del tutto fasulle attribuite alla salma del dittatore: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante».
Soffriva di monorchidismo?
«Questo hanno voluto far credere. Ma i referti di tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale del Führer, il dottor Hugo Blaschke, arrestato dagli americani il 28 maggio 1945. E non poteva trattarsi di un errore di traduzione, perché il numero 15 figurava in caratteri latini».
Come si arrivò a quella che lei ritiene una messinscena?
«Non solo io. Il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso l’hotel Raphael a Parigi, dichiarò: “Le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte”. Quando alla Conferenza di Potsdam, sempre nel 1945, il presidente americano Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini: “No”. E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o in Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale gli confermò la risposta. La circostanza venne riferita da Truman in una lettera alla moglie e da Byrnes nel suo libro di memorie Speaking Frankly. Anche il capo del collegio difensivo degli Stati Uniti al processo di Norimberga, Thomas Dodd, ammise: “Nessuno può dire che Hitler sia morto”».
Diamo per scontata la messinscena.
«Fra i cadaveri trovati nella Cancelleria del Reich i medici russi scelsero i due più carbonizzati, li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e della Braun. Il primo misurava 1,65 metri e il secondo 1,50. Ma Hitler da vivo era alto 1,73 e la sua amante 1,63. Difficile ipotizzare che il fuoco li avesse accorciati in modo così considerevole. Inoltre le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwin Giesing non collimano con le immagini ai raggi X mostrate dai sovietici. Non basta: i cadaveri, pur rinvenuti nello stesso luogo, risultavano bruciati in modo estremamente diverso e accanto a essi c’erano le carcasse di due cani che però avevano conservato integra la loro pelliccia. Com’è possibile?».
Tutte qui le prove del falso storico?
«I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti chi per 10 anni, chi per 15 anni e in questo lasso di tempo furono ripetutamente interrogati. Perché? Se la tesi di Trevor-Roper fosse stata vera, i russi non avrebbero continuato a cercare prove sulla morte di Hitler».
Che fine fecero i cadaveri dopo l’autopsia?
«Cremati. Le ceneri furono disperse, come riportato a Mosca il 3 giugno 1945 da un rapporto del controspionaggio dell’Armata rossa. Resta una porzione di calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso l’Archivio di Stato della Federazione russa. L’analisi effettuata dal professor Nick Bellantoni, archeologo dell’Università del Connecticut specializzato in ossa umane, ha dimostrato con l’esame del Dna come il reperto appartenga in realtà a un cranio femminile, che però non c’entra nulla neppure con Eva Braun. Rimarrebbe la dentatura, custodita nell’archivio della Lubianka. Ma le autorità russe hanno posto il veto sull’analisi genetica. Il mio amico Patrick Burnside, invitato a Mosca due anni orsono, chiese in diretta tv di poter confrontare il Dna mitocondriale della presunta mandibola di Hitler col Dna dei resti di Paula Hitler, sorella di Adolf, morta il 1° giugno 1960 e sepolta a Berchtesgaden, e di Klara Pölzl, la madre del dittatore, deceduta a Linz il 21 dicembre 1907. Burnside si disse pronto a pagare lui stesso il test per l’analisi comparativa dei vari Dna. Il governo russo non gli ha mai risposto».
Mi parli di questo Burnside e di come siete diventati amici.
«È un imprenditore e un saggista investigativo, nato nel 1948 a Genova, che da giovane ha vissuto nel Sud Tirolo. Oggi abita a San Carlos de Bariloche, dove c’è ancora il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. L’ho conosciuto durante il mio viaggio in Argentina. A presentarmelo è stato Jörg-Dieter Priebke, proprietario di una clinica veterinaria».
Parente del novantottenne Erich, agli arresti domiciliari a Roma per il massacro delle Ardeatine?
«Figlio. Ma io col padre ho avuto solo un contatto telefonico piuttosto freddo».
Continui.
«Burnside in Alto Adige conobbe padre Cornelius Sicher, fino al 1970 parroco di Monclassico, vicino al Passo della Mendola. Durante la prima guerra mondiale, questo prete aveva stretto amicizia con l’ammiraglio Wilhelm Canaris, allora comandante di un sommergibile U-boot di stanza a Cattaro, provincia dalmata dell’Impero austro-ungarico. Canaris, che aveva salvato la vita a padre Sicher, con l’avvento del nazismo era stato nominato capo dell’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco. Fu strangolato dalla Gestapo per il suo coinvolgimento nel fallito attentato del 1944 a Hitler. I due continuarono a vedersi fino al 1943. E durante uno dei loro incontri Canaris confidò al sacerdote: “Mi ero preparato una via di fuga verso la Patagonia. Ma penso che ne usufruirà qualcun altro”. Si riferiva a Hitler».
Che ne sapeva Canaris della Patagonia?
«Nel 1914 aveva combattuto nella battaglia delle Falkland contro la Royal Navy britannica. Catturato dagli inglesi, era riuscito a evadere da un campo di prigionia in Cile e aveva attraversato a piedi le Ande, raggiungendo l’Argentina, da dove s’imbarcò per tornare in Germania. Fu durante quella fuga che s’imbatté nell’Estancia San Ramon, di proprietà del barone tedesco Ludwig von Bülow. E decise che poteva diventare il covo ideale in cui sparire dal mondo».
Lei l’ha visitata.
«Sì, spacciandomi per un agente immobiliare. È un’oasi solitaria, ancora gestita da una fondazione svizzero-tedesca con gli stessi criteri autarchici degli anni Venti, quando Christian Lahusen ne fece una fiorente azienda per la produzione di lana, pellami, frutta, legname, cereali e tannino».
Erich Priebke sapeva che il Führer aveva trovato rifugio a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche?
«Secondo me, no. E neppure Adolf Eichmann lo sapeva. Ogni criminale nazista poteva contare su coperture a compartimenti stagni. Il figlio di Priebke mi ha raccontato d’aver lavorato alla Mercedes Benz di Buenos Aires, dove aveva come capo proprio Eichmann. Ma lui scoprì la sua vera identità solo dopo che gli agenti del Mossad rapirono l’ex comandante delle Ss, trasferendolo in Israele, dove fu processato e impiccato. Senz’altro erano a conoscenza della presenza di Hitler a Bariloche altri due criminali nazisti fuggiti dal bunker berlinese e cioè Heinrich Müller, comandante della Gestapo, e Martin Bormann, segretario personale del Führer, il quale, stando a un rapporto della Cia, era diventato fin dal 1943 una spia del Kgb sovietico».
Addirittura.
«Ha mai sentito parlare dell’Operazione James Bond?».
Vagamente.
«Fu un commando dell’intelligence navale britannica agli ordini di Ian Fleming, che nel 1952 diventerà famoso come autore dei romanzi dell’agente 007, a trarre in salvo Bormann dalle macerie fumanti di Berlino. L’operazione venne alla luce solo nel 1996 e finora nessuna autorità del Regno Unito l’ha mai smentita. Bormann sarebbe stato protetto in quanto detentore dei conti bancari cifrati delle vittime del nazismo in Europa nonché delle informazioni sull’avanzatissima tecnologia missilistica del Terzo Reich. I rapporti di Cia e Fbi in mio possesso dimostrano che John Edgar Hoover, il potente capo del Federal bureau of investigation, sguinzagliò i suoi agenti in Sudamerica perché non aveva creduto alla farsa del suicidio di Hitler e del falò wagneriano della salma nel cortile della Cancelleria». (Mi mostra un’informativa dell’Fbi, datata 21 settembre 1945, che parla dell’aiuto fornito da funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascostosi ai piedi delle Ande). «In una nota “secret classification” della Cia, inviata dalla Colombia il 3 ottobre 1955, un agente scriveva: “Aldoph Hitler is still alive”, è ancora vivo».
Hitler arrivò fin laggiù in aereo?
«No. E posso dirlo perché il mio amico Burnside è figlio di uno degli ufficiali piloti inglobati nella Luftwaffe che dal 28 al 30 aprile 1945 assicurarono un corridoio aereo libero fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Adolf ed Eva, bensì la partenza su uno Junkers Ju 52, oppure un Arado 234 B, dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German imperial Zeppelin base di Tønder, in territorio danese. Da quel punto in avanti si fanno due ipotesi: la partenza in sommergibile verso il Sudamerica oppure un volo verso Reus, base militare spagnola nei pressi di Barcellona, e poi da Reus alla volta delle Isole Canarie, con sosta a Morón de la Frontera, vicino a Siviglia, per rifornirsi di carburante. È il 29 aprile 1945. Con Hitler vi sono la sua amante e il cognato Hermann Fegelein, che aveva sposato Gretl Braun, sorella di Eva, sebbene la storiografia ufficiale lo dia per fucilato su ordine del Führer. E persino la fedele cagna Blondi. All’arrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia. Il sommergibile, anzi l’elettrosommergibile, su cui si sarebbe imbarcato Hitler apparteneva alla classe XXI, dotato di attrezzature straordinarie. La presenza in Sudamerica di almeno tre sommergibili tedeschi è avvalorata dal fatto che il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò in una base navale di Mar del Plata».
Ma quali prove ha per supportare questa rocambolesca ricostruzione?
«Le mie fonti sono varie. Tra esse vi è Jeff Kristenssen, alias capitano Manuel Monasterio, che cita Heinrich Bethe, alias Pablo Glocknick, alias Juan Paulovsky, un ufficiale dell’intelligence tedesca di stanza in Argentina sin dal 1939, il quale insieme col medico personale del Führer, il dottor Otto Lehmann, fu accanto al dittatore fino all’ultimo. Secondo Bethe, Hitler sarebbe morto alle ore 15 del 13 febbraio 1962 in una località imprecisata della Patagonia argentina. Era entrato in coma tre ore prima. Burnside non è di questo avviso. A Bariloche ho interrogato anche Abel Basti, giornalista-investigativo, il quale mi ha confermato che nel 1945, tra luglio e agosto, Hitler, accompagnato da non più di sette persone, inclusa Eva Braun, giunse a bordo di un sommergibile tedesco, scortato da altri due, nella baia di Caleta de Los Loros. Infine Burnside mi ha rivelato che a Buenos Aires riuscì ad avvicinare il portavoce di Goebbels nel periodo d’oro del Terzo Reich, Wilfred von Owen, deceduto nella capitale argentina a 96 anni, nel 2008, il quale gli confermò l’approdo in Argentina di cinque sommergibili tedeschi dopo la fine della guerra».
Del matrimonio di Hitler che si sa?
«Hitler ed Eva Braun si sarebbero sposati con rito cattolico nella cappella dell’Estancia San Ramon dopo l’agosto del 1945. Il matrimonio nel bunker di Berlino, avvenuto il 29 aprile 1945, avrebbe invece riguardato i sosia di Hitler e della Braun: Gustav Weber, una delle due controfigure delle quali il dittatore disponeva, e una donna sconosciuta».
Il Führer ebbe figli?
«Il primo fu Helmut, nato nel 1935, ufficialmente da Joseph Goebbels e Magda Rietschel, moglie del ministro della Propaganda nazista. In realtà Helmut sarebbe stato il frutto di un tradimento coniugale consumato da Magda con Hitler durante una vacanza sul Baltico. Prima di suicidarsi, i coniugi Goebbels lo avvelenarono insieme con le sorelline Helga, 12 anni, Hilde, 11, Holde, 8, Hedde, 6, e Heidi, 4. Poi ci sarebbe Gisela Hoser, o Heuser, nata nel 1937 dall’atleta tedesca Ottilie Fleischer, detta Tilly: Hitler mise incinta la Fleischer dopo le Olimpiadi berlinesi del 1936. La fonte di questa notizia è Bethe. Il dittatore avrebbe avuto anche una seconda figlia, Ursula, detta Uschi, nata ufficialmente a Capodanno del 1939 in Italia, a Sanremo, da Eva Braun. La gravidanza fu occultata perché Hitler riteneva che il suo ascendente sul popolo tedesco sarebbe scemato qualora non si fosse mostrato totalmente dedito ai destini della Germania. Uschi arrivò all’Estancia San Ramon nel settembre 1945, proveniente dalla Spagna, via Buenos Aires, tramite Hermann Fegelein. Una terza figlia di Hitler e della Braun sarebbe nata morta nel 1943. August Schullten, ginecologo di Monaco di Baviera che aveva seguito la gravidanza, perì in un incidente d’auto quello stesso anno. Nel marzo 1945 l’amante di Hitler concepì un altro figlio. Era già incinta durante la fuga verso la Patagonia. Burnside mi ha confermato che in Argentina sarebbero vissute due figlie di Hitler. Una di loro durante gli anni della dittatura del generale Jorge Videla si presentò al consolato tedesco di Buenos Aires per chiedere d’essere aiutata a espatriare in Sudafrica. Al funzionario che le aveva spiegato di non poter fare nulla per lei, disse: “Ma io sono la figlia di Hitler”».
Eva Braun che fine fece?
«Dalla fine degli anni Sessanta se ne perdono le tracce».
Perché i suoi studi si sono concentrati proprio sulla figura del Führer?
«Perché la ritengo centrale nella geopolitica mondiale. La Germania aveva una visione di grande respiro, basta visitare Berlino per rendersene conto. Il lascito peggiore della Resistenza è stato quello d’aver irrimediabilmente condannato l’Italia a una dimensione provinciale della storia. Siamo ancora fermi alle categorie fascismo e antifascismo, mentre nella seconda guerra mondiale erano in gioco interessi che travalicavano l’aspetto ideologico. Crediamo che la Gran Bretagna sia intervenuta nel conflitto per ridare la libertà all’Europa, senza renderci conto che per tre secoli l’unica preoccupazione del Regno Unito è stata la salvaguardia delle rotte marittime verso le colonie da cui importava le merci che venivano rivendute al mondo intero a prezzi quadruplicati».
Ma lei è un nostalgico?
«No. Destra e sinistra dal mio punto di vista non hanno alcun significato, le considero categorie vuote. Per me il fascismo fu un fenomeno di sinistra, totalitario, un’eresia comunista. L’unico Pci che abbiamo avuto in Italia è stato il Partito fascista repubblicano durante la Rsi. Vedo un filo rosso che lega il giacobinismo della rivoluzione francese sia al comunismo che al fascismo e al nazionalsocialismo».
Allora come si definirebbe?
«Uno studioso solitario chiuso nella sua utopia incomunicabile. Dal greco ou tópos, nonluogo. Quindi uno storico fuori luogo».
Da dove parte uno storico?
«Dai documenti. Che però, da soli, non parlano mai. Bisogna essere capaci di farli parlare. E dalle testimonianze orali. Io sono andato a cercarle a spese mie. La rivoluzione culturale in Italia comincerà quando i professori universitari apriranno una partita Iva per rilasciare le fatture e i loro studi storici se li pubblicheranno e se li venderanno da soli, online o su carta, come faccio io. Purtroppo la civiltà dell’immagine ha affossato la ricerca delle fonti: tu puoi scrivere chilometri di fatti, come accadde durante la prima guerra del Golfo, poi arriva il filmato di un cormorano incatramato di petrolio e li spazza via in un baleno. La Tv è una gomma: cancella tutto. Stimola l’emotività, non la razionalità».


Ma che importanza ha stabilire se Hitler si suicidò oppure no? A quest’ora è comunque morto.
«Non saprei. Però attesterebbe ciò che è sotto gli occhi di tutti, credo: sulla seconda guerra mondiale, più andiamo avanti e meno ne sappiamo».
(596. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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