«Ho pagato per regalare 100mila libri. Ma lo rifarò»

Marilena Ferrari, natali a Soncino, nel Cremonese, già fondatrice di Art’è e ora presidente del gruppo MarilenaFerrari-FMR, è donna concreta. Quindi, per raccontare la sua ultima impresa, partiamo dai numeri: un regalo di 100mila volumi della prestigiosa casa editrice Franco Maria Ricci alle scuole e alle biblioteche delle carceri italiane. Valore dell’operazione, calcolando il prezzo di copertina dei libri: 13 milioni di euro. Fra i testi donati, spiccano quelli delle collane «Gran Tour», con volumi di grande formato sulle città italiane meno note, e «Le Quadrerie», sontuosa serie libraria che svela tesori dimenticati di collezioni private, depositi e archivi museali. Dal quartier generale bolognese della sua azienda, che è casa editrice, casa d’arte e fondazione culturale, Marilena Ferrari rilancia: «Ne regalerò altri 150mila in autunno».
Signora Ferrari, perché questa donazione?
«Nel 2002 ho acquisito la FMR di Franco Maria Ricci, casa editrice fondata da un uomo geniale ma mosso da incredibile ottimismo quando andava in stampa tanto da pubblicare a profusione titoli splendidi ma molto elitari».
Lei è più accorta con le tirature?
«Certo. Pubblichiamo prodotti di alta qualità e dunque anche di costi non adatti a tutti: bisogna tenerne conto. Faccio stampare mille, al massimo duemila copie per volume».
Torniamo a Franco Maria Ricci.
«Al momento dell’acquisizione mi sono trovata con un magazzino di 360mila titoli. Per qualche anno li ho semplicemente guardati, ammirati. Avevo però necessità di ammortizzare il magazzino e ho deciso di donarli. In Italia anche regalare non è facile perché vige sempre una cultura del sospetto, ma grazie all’aiuto del ministro Renato Brunetta e al ministero dell’Istruzione, abbiamo individuato circa 500 scuole tra licei e istituti d’arte cui donare i volumi».
Lei ha poi voluto allargare l’iniziativa alle carceri.
«Abbiamo coinvolto oltre 200 penitenziari e carceri minorili. Non voglio essere ipocrita: sono consapevole di pubblicare prodotti raffinati, ma so anche che possiedono un forte impatto visivo, possono educare alla bellezza. Se anche solo uno dei ragazzi in carcere si innamorasse di un monumento ritratto nei nostri volumi, vorrebbe dire che questa iniziativa ha avuto senso».
Quanto tempo ha impiegato per realizzare la donazione?
«Un paio di mesi, pagando regolarmente le spedizioni. Se avessi portato i volumi al macero mi avrebbe reso di più: non avrei pagato l’Iva, avrei pagato meno tasse e magari ricavato anche qualche euro dalla carta. Ma non è così che si comporta un imprenditore di cultura».
Imprenditoria e cultura non sono termini che l’Italia ama mettere a braccetto.
«Lo so bene, ma fare l’editore significa non piegare la cultura alle ragioni della speculazione e nemmeno permetterle di crogiolarsi in un’inutile autoreferenzialità. In ecologia si parla di senso di responsabilità e della misura: servirebbe un po’ di “ecologia culturale” anche contro gli snobismi dell’editoria italiana».

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