I dubbi dei progressisti Usa: bombardare o no Gheddafi

Chi prima contrastava l'uso della forza per esportare la democrazia ora è in imbarazzo. Obama incluso: arma la flotta, ma esita a usarla. Intanto l'ex dissidente anti Saddam chiede agli Usa di andare in fondo e cacciare il Colonnello

I dubbi dei progressisti Usa: bombardare o no Gheddafi

«If you have to shoot, sho­ot, don’t talk» dice Lee Van Cleef in Il buono, il brutto e il cattivo , mentre fa fuori l’as­sassino che era venuto per ac­copparlo e invece si è perso in inutili minacce. La parabo­la non ha niente di feroce, è solo realistica: noi parliamo e parliamo e intanto i destini si compiono. Anche i destini di giovani, donne, bambini innocenti, se non viene fermato il tiranno determinato a sedersi sul cumulo delle loro vite. Anche adesso che, dopo un biennio di tentennamenti obamiani, gli Usa cercano di mostrarsi decisi di fronte alla rivolta del mondo arabo, Hillary Clinton ha cercato tuttavia di esorcizzare la memoria recente di un’America troppo interventista dicendo e negando, volendo e rifiutando. Intervenire sì, ma con juicio, fermare Gheddafi, ma senza armi. La Clinton sa bene che uno dei motivi principali dell’elezione stessa di Obama è sempre stata la sua violenta contrapposizione alla figura di George W. Bush e al rifiuto del tema dell’esportazione della democrazia sulla punta della lancia.

Adesso Clinton è in imbarazzo: mentre da una parte sostiene con determinazione e a ragione che Gheddafi deve lasciare il potere, anzi, che deve andarsene dalla Libia, anzi, che per gli Usa «tutte le opzioni sono sul tavolo», torna sulla necessità di evitare l’uso della forza militare. Lo dice però mentre il Pentagono muove verso la Libia le proprie forze militari, con la nave d’assalto anfibio Kearsarge, che ha a bordo elicotteri e 1.800 marines, che si avvicina alla costa, mentre la Nato deve mettere in atto la no fly zone e abbattere eventualmente i Mig libici che si levassero in volo. Non lo si può fare mandando un mazzo di rose.

L’Inghilterra ha già inviato i suoi aerei C130 per far allontanare i suoi connazionali dal deserto: ci è riuscita, ed è un miracolo che non ci siano stati scontri. Anche noi adesso che il trattato è sospeso abbiamo i nostri porti in condizioni di servire da eventuali basi per azioni militari. Intanto Gheddafi, lo ripete e lo dimostra, non ha nessuna intenzione di andarsene: è indebolito, ma non vinto. I suoi nemici non riescono a penetrare a Tripoli la sua fortezza fatta di intimidazioni spietate, di potere, di armi puntate, di cieca fedeltà. In secondo luogo, ci sono molte ragioni di pensare che il raìs voglia ancora combattere. È di ieri la notizia apparsa sul Telegraph che nel deserto gli inglesi hanno trovato depositi di 14 tonnellate di gas mostarda, un’arma non convenzionale uguale a quella che usò Saddam Hussein contro i curdi facendone immensa strage. Alla giornalista Christiane Amanpour, dopo averle fatto una gran risata sul muso quando gli ha chiesto se intendeva mollare, Gheddafi ha detto che si era autobombardato dall’aria due depositi di armi a Bengasi per dimostrare la sua antipatia per la violenza armata. Figuriamoci.

Fatto sta che due depositi sono stati bombardati davvero, così come qualcuno già si aggira probabilmente fra i ribelli di Bengasi per dar loro manforte. E si sa benissimo che la Nato starebbe mettendo a punto una forza aerea per mandare armi ai ribelli. Insomma, l’ipotesidi fermare il ben rintanato Gheddafi con la forza pare realistica. Gheddafi, come una stella che si spenge lanciando altissimi e distruttivi getti di materiale infuocato, può ancora uccidere molto, impazzire ulteriormente, fare molto male. Ahmad Chalabi, il leader sciita che fu fra i primi coraggiosi dissidenti iracheni, racconta come nel 1991 alla fine della prima guerra del Golfo Saddam Hussein avesse perduto 14 delle 18 province irachene e si trovasse con l’esercito in stato comatoso e la sua fanatica guardia personale, molto simile a quella di Gheddafi, a pezzi. Ma Colin Powell ( allora capo di Stato maggiore) e Brent Scowcroft convinsero Bush a dare a Saddam la possibilità di far volare i suoi aerei mi-litari per calmare i rivoltosi.

Si temeva l’incontrollabilità di una situazione irachena impazzita. Il risultato fu una strage spaventosa di circa 330mila iracheni, mentre gli americani stavano a guardare. Dice Chalabi che non è un caso che Gheddafi abbia menzionato l’Irak nelle sue folli tirate, è una minaccia di usare la forza bruta. È uno sberleffo alla paura dell’Occidente, un ammiccamento a mantenere una qualunque stabilità. Chalabi ricorda come si ritrovarono 313 enormi fosse comuni e ricorda come ne visitò orripilato lui stesso una appena scoperta: vi erano stati gettati 12mila uccisi, macellati perché ribelli.

Il mondo, dopo che ciò che Gheddafi ha fatto in queste settimane, sa che cosa egli possa ancora fare al suo popolo.

Ma poiché un personaggio come questo, responsabile dell’attentato di Berlino e di quello di Lockerbie e di un continuo sostegno al terrorismo, con uno straordinario record di violazioni di diritti umani ha presieduto il Consiglio per i diritti umani dell’Onu fino a oggi, tutto è possibile. Per esempio, che per amore della «stabilità » lo si lasci resistere ancora a lungo nel bunker di Tripoli a preparare il secondo round.

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