I giudici: macché rinvio, processiamo il premier

MilanoL’apertura dell’ennesimo scontro frontale tra la magistratura milanese e Silvio Berlusconi viene sancita ieri mattina da un’ordinanza di venticinque righe letta dal giudice Edoardo d’Avossa, nell’aula dove si celebra il processo a carico del premier per la faccenda dei diritti tv. In apertura dell’udienza, i difensori del Cavaliere avevano chiesto il rinvio per consentire a Berlusconi di presiedere il Consiglio dei ministri fissato a Roma per ieri mattina. I giudici si ritirano per decidere, ci si aspetta una decisione rapida perché già in altre occasioni il tribunale aveva dato per assodato che gli impegni governativi dell’imputato costituissero un’assenza giustificata.
Invece la camera di consiglio si prolunga. E quando, dopo un’ora e mezza, in aula sbucano i giudici, ecco la sorpresa: nessun rinvio, il processo va avanti, e se l’imputato Berlusconi ha preso altri impegni peggio per lui. L’udienza - dice l’ordinanza di d’Avossa - era stata fissata da tempo sulla base di un calendario concordato tra tutte le parti, e quindi si fa: «altrimenti la funzione giudiziaria verrebbe svilita». I difensori del premier si attaccano ai telefonini. La notizia arriva a Roma, a Palazzo Chigi, dove Berlusconi sta effettivamente presiedendo la riunione del governo. E scatena un putiferio.
L’unica reazione che trapela all’esterno è quella del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che parla di decisione «assurda», «è incredibile che i magistrati non abbiano riconosciuto il legittimo impedimento». In realtà, raccontano fonti assai autorevoli, è Berlusconi in prima persona a insorgere. Il premier si arrabbia, e molto. Pare che dica ai ministri: ecco, dopo i pubblici ministeri talebani abbiamo anche i giudici talebani. Vogliono essere loro a dettare l’agenda del governo. Vogliono vedermi morto. È come nel 1994.
È un Berlusconi che si sente assediato, e che rivive i giorni convulsi del ’94, quando l’avviso di garanzia per corruzione spiccato dalla Procura milanese innescò la crisi del suo primo governo. Accanto a lui, ieri mattina, c’è Umberto Bossi, che nel 1994 fu il protagonista del «ribaltone». E ieri a Palazzo Chigi il premier ricorda un retroscena di quella crisi che chiama in causa l’allora presidente della Repubblica: «Dovete sapere che Scalfaro convocò Bossi e gli disse: guarda che Berlusconi è sull’orlo del baratro, se non ti sganci in fretta nel baratro ci finisci anche tu». Bossi, ascoltando l’aneddoto, annuisce.
Ma come si è arrivati allo scontro di ieri? Il processo è quello per l’acquisto da parte di Mediaset dei diritti per trasmettere in tv i film di Hollywood. Secondo l’accusa, il costo sarebbe stato gonfiato, e una parte dei soldi sarebbe finita sui conti personali di Berlusconi e dei figli maggiori. Processo tecnico, complicato, basato su perizie e su rogatorie in mezzo mondo. Finora, giudici e difensori sembravano avere trovato un modus vivendi ragionevole.
Invece ieri, di fronte alla richiesta di rinvio presentata da Niccolò Ghedini e Piero Longo, l’equilibrio improvvisamente si spezza. Le udienze erano state fissate per il lunedì, perché il lunedì quasi mai il governo si riunisce. Ieri Ghedini spiega che in effetti il Consiglio dei ministri doveva tenersi venerdì scorso, ma è stato rinviato «per motivazioni politiche» al lunedì seguente. Ma i giudici non ci stanno: «Ritiene il Collegio che la deduzione di un impedimento per una udienza già concordata non possa prescindere quantomeno dalla allegazione della specifica inderogabile necessità della sovrapposizione tra i due impegni, perché altrimenti la funzione giudiziaria verrebbe ad essere svilita, con la conseguenza che il contemperamento tra gli opposti interessi di rilievo costituzionale allo svolgimento in tempi ragionevolmente rapidi del processo e all’esercizio delle funzioni parlamentari o governative verrebbe ad essere risolto nel dare esclusiva rilevanza al secondo di tali interessi».
E adesso? Il governo potrebbe impugnare la decisione del tribunale davanti alla Corte costituzionale, sollevando quello che tecnicamente si chiama «conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato», come accadde già ai tempi dei processi a Cesare Previti. Previsione di Ghedini: «La Corte costituzionale non potrà che accogliere un eventuale conflitto, se la presidenza del Consiglio riterrà di sollevarlo, ma a prescindere da questo, la Corte di cassazione non potrà che annullare questo processo e il suo prosieguo. Che però non si dica che è responsabilità della difesa se verrà annullato. Noi abbiamo fatto il possibile».