I giudici smentiscono Penati: «Credibili i suoi accusatori»

MilanoI grandi accusatori «sono credibili». E poco importa se a muoverli non sono state «motivazioni di particolare valore morale», ma solo «il riscontro di non aver ottenuto, nonostante il tanto denaro versato nel tempo, quanto si aspettavano». Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini - che con le loro confessioni hanno dato il via all’inchiesta della Procura di Monza sul cosiddetto «sistema Sesto» - sono da considerare attendibili. Il tribunale del Riesame di Milano, nel confermare il carcere per l’ex assessore all’Edilizia sestese Pasqualino Di Leva e per l’architetto Marco Magni, dà una spallata alla difesa di Filippo Penati, che nelle dichiarazioni pubbliche delle scorse settimane aveva insistito proprio sulla scarsa affidabilità dei due imprenditori. «La credibilità di chi mi accusa - aveva detto l’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani - crolla tutti i giorni sotto le loro dichiarazioni». Per i giudici del Riesame, le cose non stanno così.
Nelle circa 30 pagine di provvedimento, infatti, il tribunale sottolinea come la circostanza che «tanto Di Caterina quanto Pasini riferiscono fatti di corruzione (...) non stupisce». È vero che «non si scandalizzano, non si indignano e non ritengono di presentare denunce». Ed è vero che «non sono mossi, nel rivelare fatti a loro conoscenza, da motivazioni di particolare valore morale». Banalmente, decidono di «cantare» perché non ottengono quello che gli era stato promesso in cambio delle presunte mazzette. Ovvero, gli affari. Che si tratti della riqualificazione delle aree ex Falck - secondo l’accusa garantita da Penati al costruttore Pasini in cambio di una maxi tangentre da 20 miliardi di lire - o dei contratti per il trasporto pubblico - la Caronte srl di Di Caterina ha un contenzioso milionario aperto con l’ex municipalizzata Atm - il senso non cambia. «Che la motivazione posta alla base della loro scelta - scrive infatti il tribunale - non sia dettata da pentimento, dall’ansia di fare giustizia e pulizia, ma dall’assenza del ritorno economico promesso, tuttavia non svilisce, a parere del collegio, la valenza delle dichiarazioni sotto il profilo della loro intrinseca credibilità». Restano valide, dunque, anche le accuse contro Di Leva e Magni. Il primo si sarebbe accordato con Luigi Zunino - che subentrò a Pasini nella proprietà dei terreni Falck - per raddoppiare la volumetria edificabile in cambio di una tangente da oltre 700mila euro. Il secondo avrebbe fatto da tramite per altre operazioni fittizie fra società di comodo al solo scopo di creare fondi neri finiti all’estero. Così, anche in considerazione del rischio di inquinamento delle prove (e con l’accusa di corruzione, ma non di concussione), ai due indagati non sono stati concessi gli arresti domiciliari, come chiesto dalle difese.
I pubblici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia, intanto, non mollano la presa. L’inchiesta di Monza va avanti e non esclude di arricchirsi con le notizie - vecchie e nuove - che potrebbero arrivare da altre Procure. In particolare, da Bari e Milano. I magistrati, infatti, stanno valutando se acquisire le carte dell’inchiesta pugliese su Gianpaolo Tarantini nelle quali l’imprenditore fa riferimento agli investimenti immobiliari a Sesto di Roberto De Santis ed Enrico Intini (entrambi vicini al leader Pd Massimo D’Alema). A Milano, invece, potrebbero essere chiesti gli atti dell’indagine sulla tentata scalata di Unipol a Bnl, nel mirino dei pm per il possibile legame con l’affare Serravalle.

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