Terry Burns entra nella stanza del fratello, posa un libro sul comodino e se ne va senza dire niente. David ha dodici, forse tredici anni. È sera, Brixton, fine anni Cinquanta. La stanza è piccola, il sassofono appoggiato al muro il regalo di Natale di quell'anno, ancora quasi intatto. Il libro è On the Road di Kerouac. David lo prende, legge le prime righe, non lo posa più. Da quella sera da quel libro, da quel sax, da quel fratello maggiore che entrava e usciva portando mondi inizia, in qualche modo, tutto. Major Tom, Ziggy Stardust, il Duca Bianco, Lazarus: tutta la mitologia bowiana ha una radice che scende fino a quella stanza, fino a quella mano fraterna che portava libri, dischi di jazz, nomi di scrittori maledetti, l'odore di un altrove possibile. Senza Terry Burns, David Jones non diventa David Bowie. O almeno, non quel Bowie.
Terence Guy Adair Burns nasce il 5 novembre 1937, figlio illegittimo di Margaret Burns e di un militante della British Union of Fascists un immigrato polacco ebreo che sparisce prima della sua nascita. Quando, nel 1947, nasce David Robert Jones, i due crescono insieme sotto lo stesso tetto, con padri diversi e una madre che la memoria familiare restituisce fredda, incapace di calore, prodiga di silenzi. È in questo spazio affettivo dimezzato che Terry e David stringono un legame che non sarà mai interamente scisso, nemmeno dalla malattia, nemmeno dalla morte. Terry porta in casa Kerouac, Fitzgerald, Shakespeare, Genet, Burroughs. Introduce il fratellino al jazz, alla letteratura, all'idea che esista una via d'uscita dall'opacità operaia di Brixton. È un'educazione sentimentale prima ancora che culturale.
La schizofrenia di Terry viene diagnosticata nei primi anni Sessanta. Seguono i ricoveri al Cane Hill Hospital, le ricadute, il lento consumarsi di un uomo che aveva acceso in un altro la scintilla del genio senza poter alimentare la propria. Bowie ne parlerà raramente in pubblico, con una reticenza che non è indifferenza ma paura paura di guardare troppo a lungo in quello specchio. Riconosceva nella malattia di Terry qualcosa che circolava nel sangue della famiglia, una deriva possibile anche per lui. Questa paura è una delle molle nascoste della sua produzione: ogni maschera dal Major Tom in avanti è anche un tentativo di costruire una distanza tra sé e l'abisso che ha inghiottito suo fratello. L'arte come profilassi. La finzione come argine.
All the Madmen, dall'album The Man Who Sold the World del 1970, è la confessione più diretta: "Preferirei restare qui, con tutti i pazzi, piuttosto che perire con gli uomini tristi che vagano in libertà". È una dichiarazione di solidarietà e insieme un esorcismo. Bowie non canta Terry per nome, ma Terry è dentro ogni sillaba. È al Cane Hill Hospital che si ambienta quella canzone, in quei corridoi che aveva percorso visitando il fratello e dai quali era uscito portandosi dietro il peso di chi sa di essere dall'altra parte di un confine sottile, arbitrario, forse temporaneo. È tutto il suo terrore, cristallizzato in quattro minuti di rock.
Il 16 gennaio 1985, Terry Burns si sdraia sui binari della stazione di Coulsdon South. Ha quarantasette anni. Bowie è a New York. Non tornerà per i funerali. Manderà fiori e un biglietto. Questa assenza diventa negli anni un nodo irrisolto, una domanda che gli viene rivolta e alla quale non risponde con giustificazioni ma con il silenzio di chi sa di non averne. Otto anni dopo, nel 1993, arriva Jump They Say. Il video è diretto da Mark Romanek: un uomo in giacca e cravatta si butta da un grattacielo mentre attorno a lui la vita scorre indifferente, gli sguardi si voltano altrove, le mani non si tendono. Il testo è più obliquo, più crudele nella sua ambiguità: "Dicono che doveva farsi ricoverare. Dicono: salta!". Chi è il pazzo suicida? Chi sono quelli che guardano altrove nel filmato? Bowie non risponde. Ma la canzone è un'autoaccusa travestita da enigma, il rimorso di chi è rimasto immobile mentre qualcuno cadeva (si sdraiava sui binari).
C'è qualcosa di più perturbante, in questa storia, della colpa del sopravvissuto. È la storia di come il genio si nutra di ciò che non riesce a proteggere. David aveva imparato tutto da Terry i libri, il jazz, la lingua dell'altrove, il coraggio dell'originalità. E non era riuscito a salvarlo. Questa contraddizione non si risolve nell'opera di Bowie, la attraversa, la incrina, la rende più vera. Terry torna nei dipinti degli anni Ottanta, torna nell'album Hours del 1999, torna in Heathen del 2002. Non scompare mai del tutto. È l'ombra fedele di ogni trasformazione: quando Bowie si inventa un nuovo personaggio, Terry è quello che resta uguale a se stesso, immobile, divorato da ciò che David ha imparato a tenere a bada attraverso la finzione. A questa storia al peso di quel legame, alle sue tracce nell'opera è dedicata la mostra David Bowie, mio fratello, allestita alla Musa Art Gallery di Torino fino al 12 luglio.
"Terry è sempre qui", avrebbe detto Bowie al fotografo Philippe Auliac, in uno dei corridoi dell'aeroporto di Orly, durante il Glass Spider Tour del 1987. "Potrebbe aprire la serratura che mi protegge. E la sua follia inebrierebbe la mia". È una frase che vale più di mille biografie.
Il ragazzo di Brixton che aveva un fratello maggiore capace di scardinare il mondo e che non era riuscito a tenerlo in vita non si è mai liberato da quella stanza, da quel libro sul comodino, da quel sassofono appoggiato al muro. Tutto il resto è stato un modo di non dimenticare.