«I pacifisti? Faziosi che calpestano le vite degli orfani»

nostro inviato a Pordenone

Il libro è dedicato ad Abbas, nato in Irak, che nel 2003 aveva tre anni: «Pesa undici chili. Metà del suo corpo è rimasto bruciato dall'attentato contro i militari italiani». Ma è dedicato naturalmente anche a suo marito, «Giuseppe Coletta, il brigadiere dei bambini», il carabiniere morto il 12 novembre di sei anni fa nell'attentato alla caserma Maestrale di Nassirya. Al festival Letterario Pordenonelegge sfila in questi giorni un gruppo di scrittori italiani e stranieri tra i più amati (da Mazzantini, Carofiglio, Faletti, al premio Pulitzer Elizabeth Strout), ma c'è spazio anche per questa preziosa storia di amore raccontata da Margherita Coletta, insieme con la giornalista dell'Avvenire Lucia Bellaspiga, «Il seme di Nassirya»: la storia della vita e della morte del brigadiere Giuseppe, del fidanzamento con Margherita iniziato ad Avola quando lei aveva tredici anni, la decisione di Giuseppe di partire in missione dopo la morte per leucemia del loro bambino Paolo, il racconto dell'attentato, dell'Italia unita per quei pochi giorni di novembre: quell'«applauso lungo cinque chilometri», all'Altare della Patria a Roma, per salutare i 19 caduti, quella notte di veglia in cui sembrava che «il lutto» fosse «davvero di tutti».
Margherita Coletta, invece il lutto non è di tutti. Perché c'è gente che continua a compiacersi delle morti dei nostri caduti con scritte e messaggi su Internet?
«Perché quelle persone parlano di cose che non conoscono. Se pensassero a quei bambini rimasti senza papà e alle mogli che devono crescere questi bambini da soli... se ognuno si immedesimasse in questi ragazzi, vedrebbe le cose in maniera diversa e non parlerebbe solo per dimostrare di essere da una parte o dall'altra. La parola pace è abusata, mentre io credo che bisogna costruirla, la pace».
Come mai la lezione di Nassirya non è servita? Ci fu quella mobilitazione incredibile, l'Italia sembrava unita.
«I nostri ragazzi hanno unito l'Italia ma l'uomo purtroppo dimentica in fretta. Però non bisogna mai perdere la speranza, continuare e perseverare nel bene. Ho provato dispiacere quando ho sentito quelle parole, ma ormai ho imparato anche a conoscere il meccanismo, è sempre la solita storia. L'importante è sapere che i nostri mariti, i parà caduti ora a Kabul, facevano la cosa giusta».
Cosa direbbe a chi insulta quei ragazzi?
«Non so se servirebbe spiegare, sono così presi da se stessi. Direi di guardare più a Dio e togliere di mezzo l'io».
I militari italiani devono restare nelle missioni internazionali?
«I nostri ragazzi sono in pace in un contesto di guerra. La guerra si fa quando si invade, non quando si va ad aggiustare quello che altri hanno devastato. Devono rimanere, certo, magari rivedendo la nostra posizione in Afghanistan. Questo spetta a chi ci governa. Ma non si può abbandonare un popolo».
Cosa deve animare chi rimane lì?
«La consapevolezza che si sta facendo la cosa giusta. Si può vivere per noi stessi e basta?».
Lei ha molta fede, ma cosa prova di fronte alle parole di un sacerdote di Lecco che ha definito i sei parà morti a Kabul dei mercenari?
«Anche i preti, a volte sbagliano. Chi parla così vada a vedere cosa succede realmente in quei posti, abbia il coraggio di uscire dalle comodità della propria casa: sessanta gradi, senza acqua, a mangiare le scatolette. Nessuno lo fa per qualche euro in più nello stipendio, o per vedere crescere i figli degli altri e non il proprio».
Quando ho sentito la notizia non le è venuto il dubbio che sarebbe il caso di ritirare le truppe?
«È passato tempo ma il dolore rimane e questa notizia lo ha riacceso. Per me si deve rimanere ed aiutare senza dubbi, magari prendendo più precauzioni, anche se, quando il male è dentro l'uomo, non puoi evitarlo. I ragazzi a Kabul devono essere orgogliosi e fieri di quello che stanno facendo e pensare che ogni bambino che incontrano potrebbe essere loro figlio».