I "quadri" vivi (e morti) girati da Liliana Cavani

La forza dei suoi film è nell'irrevocabilità della condizione umana di fronte alla violenza

I "quadri" vivi (e morti) girati da Liliana Cavani

«E rano i giorni della peste di Napoli. Ogni pomeriggio alle cinque, dopo mezz'ora di punching-ball e una doccia calda nella palestra della P.B.S., Peninsular Base Section, il Colonnello Jack Hamilton ed io scendevamo a piedi verso San Ferdinando, aprendoci il varco a gomitate nella folla che, dall'alba all'ora del coprifuoco, si accalcava tumultuando in via Toledo. Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack ed io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutte le lingue e in tutti i dialetti del mondo. L'onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d'Europa, al popolo napoletano (...) dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l'agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto...».

Dopo le Sette opere di misericordia di Caravaggio, il mondo napoletano descritto nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte ritrova una nuova identità drammatica nel film di Liliana Cavani. La Cavani appartiene a una generazione di registi italiani dell'Emilia-Romagna che è diventata famosa negli anni Settanta: Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini e Marco Bellocchio.

Nella sua Pelle, Marcello Mastroianni è Curzio Malaparte, Burt Lancaster è il generale Clark, Claudia Cardinale è la principessa Consuelo Caracciolo. La Cavani vede con gli occhi cinici di Malaparte, ma attribuisce una diversa evidenza ai prigionieri tedeschi venduti a peso, a un carro armato americano smontato in pieno centro da abili scugnizzi, ai quartieri dichiarati off limits ai soldati alleati, ai bambini dati dalle loro madri indigenti ai soldati nordafricani per essere posseduti, e a tante altre scene di ordinaria crudeltà bellica, fino alla tragica eruzione del Vesuvio. Non ci sono, come in ogni guerra, vincitori e vinti, ma persone umiliate, capaci di tutto per salvare la pelle.

Una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell'ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste colpisce il corpo e anche l'anima, così da spingere uomini e donne a vendersi, perdere la propria dignità trasformata in un inferno di degrado, la città offre immagini strazianti di orrore: «La peste è tra le mani pietose e fraterne dei liberatori, nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo vinto non possa essere un popolo di colpevoli. Null'altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l'anima, come un tempo, o l'onore, la libertà, la giustizia, ma la schifosa pelle».

Curzio Malaparte è anche il nome del protagonista del romanzo e del film, «testimone lucido e dolente». «Il vento nero cominciò a soffiare verso l'alba, e io mi destai, madido di sudore. Avevo riconosciuto nel sonno la sua voce triste, la sua voce nera. M'affacciai alla finestra, cercai sui muri, sui tetti, sul lastrico della strada, nelle foglie degli alberi, nel cielo su Posillipo, i segni della sua presenza. Come uomo cieco, che cammina a tentoni, accarezzando l'aria e sfiorando gli oggetti con le mani protese, così fa il vento nero: che è cieco, e non vede dove va, e ora tocca quel muro, ora quel ramo, ora quel viso umano, e ora la riva ora il monte, lasciando nell'aria e sulle cose la nera impronta della sua lieve carezza».

A queste parole la Cavani da volti e immagini, con la stessa capacità di intendere la confusione fra bene e male mostrata nel film che, più di ogni altro, aveva colpito la mia fantasia di adolescente tardivo: Il portiere di notte.

Avevo vent'anni, e grazie alla Cavani, potevo ben intendere quelle parole di Paul Nizan, così ardite nella retorica giovanilista di quegli anni: «Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita».

La Cavani, certamente stimolata dalla lettura de La letteratura e il male di Georges Bataille, lavorando su un testo di Barbara Alberti, Italo Moscati, Amedeo Pagani, scolpiva indimenticabili emozioni nei volti di Charlotte Rampling e di Dirk Bogarde, che non potevamo non sentire nostre nelle invincibili contraddizioni.

Il rapporto fra i due è così forte e profondo da farci capire come dentro ognuno di noi ci sia una parte di vittima e una parte di carnefice, una tensione sadica e una tensione masochista che rispondono a uno stesso cuore e a uno stesso cervello, che non si possono guidare e si possono scioglier solo nella morte. Pochi registi sono stati capaci di arrivare tanto in profondità, con l'assistenza della letteratura, e senza disperdere principi e sentimenti per l'illustrazione o il sentimentalismo. La forza del cinema della Cavani è nel pensiero, nella irrevocabilità della condizione umana davanti alla violenza e al male.

Quello che non era riuscito nel descrittivismo di Gualtiero Jacopetti e nel decadentismo di Luchino Visconti. La Cavani cerca l'uomo. Con estrema essenzialità. In un nazista, come in San Francesco, cerca l'anima. Ci ha aiutato a capire il nostro tempo e la nostra vita. Per questo le siamo, e le sono, riconoscenti.

Per questo, nel giorno del suo (incredibile) novantesimo compleanno ho voluto, con Gennaro Sangiuliano, festeggiarla al ministero della Cultura, circondata da amici che le devono di essersi capiti meglio, di aver vissuto anni illuminati dalla sua lucida ragione e dalla sua umanità senza finzioni. Oltre la retorica e sotto la pelle.

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