«I romanzi gialli? Io li scrivo ma non li leggo»

Il genere letterario è una bella invenzione. Utile ai lettori per classificare il titolo che hanno sotto il naso. Ma spesso irrita chi i romanzi li fa. Prendiamo ad esempio lo scrittore milanese Hans Tuzzi, ospite questa sera di Parolario, sul lago di Como (piazza Cavour, ore 19). Raffinato bibliofilo e saggista, Tuzzi è anche l'inventore di uno dei tanti (troppi?) eroi polizieschi italiani: il commissario Melis, mezzo genovese mezzo fiorentino, infine stregato da Milano, dove ha già svolto cinque indagini. Il giallista Tuzzi quando gli si parla di gialli arriccia il naso. «Non leggo gialli. Non è mica per polemica. E' che non mi interessa».
Mai preso in mano un Camilleri, un Carofiglio, un Faletti...
«Mai. Leggo tre o quattro libri a settimana di cui, in un anno, nemmeno venti titoli sono di narrativa. Mai giallisti contemporanei. Mai, chessò, Grisham. Non leggo italiani. Perciò mai nemmeno quelli lì».
Diciamo che ha smesso.
«Diciamo. Ci sono tanti giallisti. Chandler e quelli da edicola. Diverse dimensioni. C'è anche un'età per certa narrativa».
Un tempo chi le piaceva?
Mi divertiva Rex Stout. Fruttero e Lucentini».
Peccato non abbia letto l'ultimo: è un giallo ed è italiano («Donne informate sui fatti», Mondadori).
«L'ho letto. Come esempio di resa letteraria di diversi registri di parlato basso. La capacità mimetico-linguistica di Fruttero è fuori da ogni genere».
Per Melis a chi s’è ispirato?
«A tre climax. Il senso di sconfitta umana dei romanzi di Marlowe. La struttura narrativa del ciclo del giudice Dee, scritti da un famoso sinologo olandese, Robert Van Gulik e tradotti in Italia da Garzanti. E all'autopresa in giro dell'autore quando si riferisce al modello in assoluto più visibile».
Maigret.
«I sottoposti di Melis lo chiamano Grasset».
Ma Melis com'è? Lo descriva a chi non lo conosce.
«È uno di quei numerosi componenti dell'amministrazione pubblica italiana che si sarebbero meritati uno Stato migliore. Ha una misura delle cose e una misura di se stesso. Non sfrutta la sua posizione di chiaro privilegio in termini di arroganza o di protervia. Detesta le apparenze e l'esibizionismo. Sa che il meno è più».
Nella vita reale a chi assomiglia?
«In lui ci sono alcuni ricordi di persone che ho conosciuto e stimato. Ma i miei non sono romanzi a chiave».
La Milano di Melis però è molto realistica. Magari un po' troppo cupa...
«Ora più che mai Milano è cupa. Perché da vent'anni è amministrata all'insegna del dilettantismo. Prenda l'Expo».
Prendiamolo.
«Le esposizioni internazionali - o quelli che gli idioti chiamano "eventi" - devono servire a garantire un futuro organico agli abitanti dei luoghi in cui si svolgono. Questo a Milano non si sta facendo».
Eppure dai suoi romanzi Milano sembra così affascinante.
«Lo è. Prenda la zona tra via Torino e corso Magenta da un lato e dall'altro tra il Duomo e piazza Sant'Ambrogio. E' ricca di suggestioni, sorprese, stranezze. I non milanesi come Melis sono affascinati dall'insieme di inserti di moderno e antico, o falso antico. A volte sono raccapriccianti. Più spesso suggestivi».
La vita culturale a Milano com'è?
Anche più vivace di quando ero giovane io. Ma una vivacità volatile, superficiale».
Se l'ambiente culturale le sembra svilito, chissà che pensa dei premi letterari...
Sono un bibliofilo e collezionista di libri. Questo amore mi ha insegnato distacco e ironia: nei secoli, migliaia di scrittori sono finiti nell’oblio più totale».
Eppure «La morte segue i magi» era uno dei candidati al Campiello di quest'anno. Ma non è entrato in cinquina.
«E' uscito il 30 aprile: ha avuto troppo poco tempo per farsi notare dai giurati».