È impossibile uscire dall'"Assedio"

La nuova edizione del romanzo di Rocco Carbone

Arricchito da una prefazione di Emanuele Trevi, che all'amicizia con l'autore, scomparso in un incidente stradale nel 2008, ha dedicato Due vite, vincitore del premio Strega, la Rubbettino ristampa L'assedio (188 pagg., 18 euro), il romanzo nel quale Rocco Carbone percorre la strada dell'apologo distopico e disturbante.

Preannunciata da un cielo di allucinante opalescenza, come in certi film di invasioni aliene, in una città che dà su un mare ostile, oppressa alle spalle da alte colline, inizia a cadere una pioggia di sabbia. La «polvere» che scende dal cielo ha ben poco di rassicurante: soffice come la neve, ingannevolmente cedevole, ben presto ubiqua, questa manna di segno cambiato soffoca chi vi affonda. Visto che lo Stato traccheggia, e si limita a circondare la città con i carri armati, metà della popolazione fugge; ma quando la sabbia che ricopre le strade raggiunge un livello esorbitante, darsela a gambe diventa impossibile.

Al centro del romanzo, come topi in trappola, si dibattono gli inquilini di un condominio. Il protagonista, Saverio Morabito, è un impiegato delle poste senza ambizioni con moglie, figlia e una madre anziana convalescente; la sua guida spirituale, Retez, è un ex compagno di classe diventato parroco tardi e dopo una giovinezza razionalista. Al piano di sopra abita Abramo, un pensionato che vive con un cane lupo che vorrà nutrire persino quando il cibo prenderà a scarseggiare, suscitando l'indignazione di una coppia di sposi, Demetrio e Lina. Del condominio fa parte anche Damiano, un medico che sacrifica il bene della famiglia alla cura dei malati dell'ospedale in cui lavora. Nel giro di una settimana saranno tutti costretti a fronteggiare la scarsità d'acqua e di cibo, la dissoluzione della morale (impossibile far rispettare la fila davanti all'unica fontana senza ricorrere alla violenza), infine il terrore causato da camion di banditi ubriachi che rubano e stuprano.

Come si vede, l'esperimento di Carbone non riguarda una nazione, ma una città di medie dimensioni assediata da un esercito che, con il pretesto di evitare una strage, non interviene e lascia che gli abitanti se la sbrighino da sé. Naturalmente, si tratta di un espediente narrativo per garantire che l'esperimento sociale si svolga senza interferenze; e tale è anche il singolare «silenzio stampa» in cui si dispiega una vicenda doppiamente sinistra perché narrata con una scrittura fredda, che stride con la drammaticità degli eventi. I personaggi costituiscono un atlante di possibili tipi morali: l'arroganza criminale di Demetrio, la bontà sentimentale, ma non imbelle del vecchio, il fatalismo della madre di Saverio. Come prevedibile, spiccano i dialoghi delle figure votate alla gestione delle emergenze: il medico, latore di soluzioni razionali e umanitarie solo per accidens; e il prete, tradizionale mediatore fra la vita e l'assurdo che incombe su di essa.

Fra le loro discussioni si coglie una frase natalizia - «non si è giusti quando si evita di fare del male, ma quando si fa del bene» -, ma resta inevasa la domanda più scomoda: come reagiremmo se un giorno dal cielo piovesse sabbia, e la cornice sociale ed economica che protegge la nostra esistenza smettesse di guidarci? La questione non è psicologica, ma di teologia politica; perché è chiaro che questo non è il romanzo di una catastrofe naturale, ma di un'apocrifa, soprannumeraria piaga d'Egitto. Carbone voleva saggiare la ragione per la quale viviamo gomito a gomito in famiglie, quartieri, città invece di disperderci.

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