Imprese pagate in ritardo: un male italiano

Novantasei a ventitré: nella partita dei pagamenti a perdere sono le imprese italiane, con tempi medi - in giorni - lunghissimi in confronto ai finlandesi. E con la crisi crescono ancora. Soprattutto perché la pubblica amministrazione, invece di far rispettare le scadenze, risulta spesso il peggior pagatore, con ritardi che arrivano a superare i 24 mesi. Un malcostume nazionale che finisce col penalizzare anche aziende sanissime, ma costrette a chiudere perché impossibilitate a riscuotere i loro crediti. Un rischio che sono soprattutto le piccole imprese a correre, dal momento che le aziende più forti scaricano la crisi su quelle più deboli. Un segnale positivo arriva dalle Camere di Commercio: il neopresidente Ferruccio Dardanello si è impegnato a contenere entro 30 giorni il tempo massimo per il pagamento dei fornitori. E le banche? Troppo spesso stanno a guardare, ma non mancano le eccezioni. Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha siglato un accordo con Fiera Milano per favorire l’accesso al credito da parte delle aziende che partecipano a manifestazioni fieristiche ed eventi congressuali nelle strutture del centro espositivo milanese. E il presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini, avverte: «Servono regole per sanare il passato, che siano anche strumenti di ragionevole certezza per il futuro: e su questo vigileremo». Un tema chiave, a cui Espansione, il mensile in edicola venerdì con Il Giornale, dedica la copertina.

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