La tassa sulla prima casa ridotta a un gioco dell'oca

Imu o non Imu? Questo è il dilemma. E tale rimarrà ancora a lungo, finché qualcuno nella maggioranza di governo, magari in autunno, non si sarà scocciato e pretenderà un chiarimento. Che doveva esserci già ieri e che invece non c'è stato. Siamo in piena bagarre. Silvio Berlusconi condusse l'intera campagna elettorale cavalcando l'abolizione - di più: il rimborso - dell'iniqua tassa. Ciò gli permise di recuperare messi di voti che erano già considerati persi e di pareggiare la partita con Pier Luigi Bersani, prematuramente scomparso. Poi lo stesso Cavaliere disse apertis verbis a Enrico Letta: suvvia, facciamo questo benedetto governo, ma a condizione che nel programma si affermi senza tanti giri di parole che l'Imu andrà a ramengo.

Il candidato premier, pur di diventare premier operativo, accolse la proposta con affettato entusiasmo. E nel proprio apprezzato discorso «inaugurale» difatti espresse l'intenzione di sopprimere l'imposta, il cui pagamento era previsto per giugno. Non l'avesse mai detto. Subito il ministro Dario Franceschini smentì, anzi corresse: altolà, per ora si tratta di un posticipo, più avanti valuteremo. Il che tradotto dal politichese significava: forse ritoccheremo, studieremo una riforma.

Scontato il seguito di polemiche, immediatamente stroncato dal leader del Pdl con la seguente frase perentoria: o via l'Imu o via l'esecutivo. Ieri si sperava che fosse giunto il momento della verità, in quanto la vexata quaestio era all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Ignoriamo se si sia svolto un dibattito più o meno serrato, ma sappiamo con certezza una cosa: siamo tornati al punto di partenza. Il quesito fondamentale è immutato: Imu o non Imu?

L'idea sarebbe questa: togliere la tassa senza diminuire i proventi per lo Stato. Come se fosse facile incassare dei soldi evitando di prelevarli dalle tasche dei contribuenti. Cosicché adesso riemerge il solito annoso problema italiano: i politici, tutti, sono animati da buoni propositi e bravissimi nell'elencare le priorità del Paese. Nelle fasi preliminari i loro discorsi sono ineccepibili e gli italiani vi si riconoscono. Peccato che poi chiunque si sia impossessato del bastone di comando, e si accinga a usarlo, sorvoli sulla necessità di indicare con quali quattrini attuerà il programma sventolato. Quando si tratta di passare dalle teorie alte alla volgare pratica, i governanti - qualunque governante - si rendono conto che il piatto piange e che è impossibile prescindere dalla triste realtà: siamo in bolletta. Peggio: abbiamo un debito colossale a cui è vietato aggiungere altri debiti per mantenere le promesse.

Perché? L'Europa, che non ha i baffetti di Hitler, ma incute terrore come se li avesse, proibisce severamente ai Paesi dell'Unione di spendere risorse prima di averle recuperate. E noi dove andiamo a recuperarle? Non abbiamo facoltà di stampare euro, l'economia è più fredda di un ghiacciolo, la disoccupazione galoppa, i consumi calano. Ergo, la gente, furibonda o no che sia, si arrangi e si prepari a versare l'odioso balzello sulla casa. A meno che Berlusconi non faccia un miracolo e lo regali a Letta. Ma come? I miracoli li fa lui, mica noi.

Allo scopo di non turbare i delicati equilibri del neonato governo, il Consiglio dei ministri ha pertanto rimandato a tempi più propizi la discussione e ogni deliberazione. Le ostilità riprenderanno a data da destinarsi. Imu o non Imu?

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