Arriva l'offerta di Murdoch per La7. E ora chi protesterà?

Milano Adesso che è arrivata l'offerta del magnate australiano Rupert Murdoch chi protestera? E pensare che venerdì scorso era bastato un lancio di agenzia, «Mediaset interessata a La7», non confermato ma neppure smentito, a provocare un polverone. Da un lato il direttore del Tg7 Enrico Mentana, pronto a lasciare se il gruppo che fa capo a Silvio Berlusconi dovesse varcare la soglia della tv di Telecom Italia, dall'altro il Pd che invoca un Antitrust preventivo. Ieri sera è arrivata l'offerta ufficiale dell'editore di Sky: News Corporation ha presentato una manifestazione d'interesse a Telecom Italia Media e ha avuto accesso al famoso «information memorandum». Quello che è stato negato a Mediaset. Eppure il Biscione l'offerta per La7 potrebbe farla, senza violare alcuna norma. Se si guardano le quote dei ricavi complessivi, il cosiddetto «Sic» (basato su parametri contestati, è vero, ma ancora validi), la Fininvest, controllante di Mediaset, può crescere ancora sul mercato, essendo al 13,3% di quota pubblicitaria con un tetto al 20. Da sottolineare comunque che in caso di offerta concreta scenderebbe in campo l'Antitrust (il Sic dipende dall'Agcom, autorità tlc) per la verifica dei limiti concorrenziali da rispettare in modo autonomo. Diverso il caso dell'acquisto delle frequenze, che fanno capo a un'altra divisione di Ti Media in attivo a differenza delle tv (La7 e Mtv, che perdono circa 50 milioni all'anno). In questo caso, infatti, Mediaset difficilmente potrebbe accedere ai 3 multiplex di Ti Media perché ne ha già 4 e un quinto già suo potrebbe essere convertito dalla telefonia mobile alla tivù. Per le frequenze c'è un tetto fissato a 5 multiplex e, dunque, Mediaset sconfinerebbe. Anche in questo caso però, come sottolineato da Giovanni Stella responsabile di Ti Media, si potrebbe trovare il sistema per aggirare l'ostacolo. Certo è che nel 2001, se l'Antitrust avesse valutato con parametri molto stretti, difficilmente sarebbe andata in porto la vendita di Telepiù e Stream, che facevano capo al gruppo francese Vivendi e a Telecom Italia e allo stesso Murdoch che con Sky ha raccolto sotto un unico ombrello i diritti delle partite del campionato di calcio di serie A italiane, trasformando un business in perdita in un successo.
Mediaset invece non ha neppure avuto l'accesso al cosiddetto «memorandum» di Ti Media (preliminare all'offerta), perché Telecom e il suo presidente Franco Bernabè (nel tondo) hanno ritenuto inopportuno aprire la documentazione (con dati riservati, programmi, sviluppo) a un diretto competitor che, anche d'accordo con gli advisor Mediobanca e Citi, non avrebbe poi potuto presentare l'offerta per problemi Antitrust.
Ieri comunque Ti Media, sull'onda del cresciuto interesse, è salita in Borsa del 13%. Lunedì scadrà il termine per la presentazione delle offerte non vincolanti. Telecom punta a vendere Ti Media considerato un asset non strategico entro la fine dell'anno. Per l'acquisto in lizza ci sarebbero gli statunitensi di Liberty Media, i tedeschi di Bertelsmann, Clessidra e altri fondi specializzati, Al Jazeera, Discovery Channel e a sorpresa H3G, gestore di telefonia mobile che non conferma ne smentisce. Intanto oggi si riunisce a Mediaset un comitato esecutivo con il presidente Fedele Confalonieri e il vicepresidente Piersilvio Berlusconi, che però viene descritto dalla società che anche ieri ha rifiutato di fare commenti sulla vicenda, come una riunione di routine. Intanto Mediobanca in un report ha scritto che «se Mediaset decidesse di dare il via a una simile operazione dovrebbe fare un aumento di capitale o, in alternativa potrebbe decidere di non pagare alcun dividendo per i prossimi tre anni».

Per gli analisti il gruppo del biscione sarebbe in grado di sopportare l'operazione anche se il debito salirebbe ben oltre gli 1,8 miliardi promessi superando i 2,3 miliardi di euro. Un'ipotesi questa che al mercato non è piaciuta: il titolo a fine giornata ha perso il 2,25%.

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