Berlusconi richiama i suoi: Grillo sa parlare alla gente torniamo a farlo anche noi

L’analisi del Cavaliere: riduttivo definire "antipolitica" la sua strategia elettorale. Lo studio: un leghista su 4 sta con Beppe

Berlusconi richiama i suoi:  Grillo sa parlare alla gente  torniamo a farlo anche noi

Roma - La scorsa settimana l’ha buttata lì Mario Mantovani e ora si parla perfino della tentazione di un’improbabile alleanza in quel di Parma. E viene da chiedersi se davvero Beppe Grillo e il suo Movimento 5 stelle abbiano fatto breccia nel Cavaliere e nel Pdl. Risposta alla prima domanda: ni. Risposta alla seconda: no. Ma con un necessario corollario, perché quel che ha colpito Silvio Berlusconi non sono certo le invettive e gli affondi del comico genovese quanto il fatto che sia riuscito a proporre un modo diverso ed efficace di far politica. Certificando in maniera inequivocabile quanto sia lontana anni luce dai cittadini la politica dei partiti cosiddetti «tradizionali». Per l’ex premier, insomma, è riduttivo bollare quella di Grillo come «antipolitica» e basta.

Ecco il perché, forse, dell’uscita del coordinatore del Pdl della Lombardia Mantovani che è persino arrivato a ipotizzare un sostegno ai candidati grillini in alcuni comuni. Parole che hanno fatto scoppiare una dura polemica all’interno del partito se praticamente tutti i dirigenti di via dell’Umiltà - seppure off the record - hanno considerato quella di Mantovani una sortita «scellerata». Il punto, però, non sarebbe tanto quello d’inseguire Grillo. Perché, spiega Fabrizio Cicchitto, «se mi presentassi in giacca e cravatta in una discoteca frequentata da ventenni sarei semplicemente ridicolo agli occhi di tutti». Impossibile, insomma, correre dietro al Movimento 5 stelle. E infatti non lo si farà nemmeno a Parma dove il Pdl lascia libertà di scelta e se qualche elettore di centrodestra voterà per il grillino Federico Pizzarotti lo farà solo per cercare di affondare il piddino Vincenzo Bernazzoli.
Quel che teorizza il Cavaliere è infatti altro. Perché, ha ripetuto in privato qualche giorno fa Berlusconi, quello di Grillo è un fenomeno che «non può essere sottovalutato».

Va invece studiato. D’altra parte, secondo le analisi dei flussi di voto di Alessandra Ghisleri, fondatrice di Euromedia, il 25% circa dell’elettorato leghista si sarebbe spostato su Grillo come pure una fetta dell’elettorato del Pdl che si aggira tra il 5 e il 10%. E questo, nella sostanza, perché il Movimento 5 stelle ha avuto la capacità di occuparsi dei problemi reali della gente: dal termovalorizzatore a Parma alla questione della costruzione del Terzo valico a Genova. Potrebbe sembrare un’eresia, ma è un po’ quel che seppe fare la Lega negli anni Novanta. La politica one to one, insomma. Che ha avuto ancora più presa in un momento in cui i cittadini percepiscono i partiti lontani dai loro problemi. Non a caso, fa notare Cicchitto, Grillo «è andato molto meglio al Nord che al Sud» dove, magari anche per ragioni di clientelismo, «gli eletti non hanno abbandonato il territorio affidandosi solo al carisma del leader».

Nessun inseguimento, dunque. Ma, almeno questo ragionava il Cavaliere, una lezione da imparare. D’altra parte, a «punire» il Pdl ci sono anche un 30-40% di elettori che se avevano votato per Berlusconi nel 2008 a questa tornata amministrativa hanno preferito non presentarsi alle urne, un chiaro segno di disaffezione. Ecco perché secondo l’ex premier è necessario non solo un vero e proprio ricambio generazionale ma anche una sorta di rivoluzione del partito che passi per un messaggio più chiaro e più credibile. E soprattutto per una presenza nuova e diversa in mezzo ai cittadini. Non solo attraverso internet, su cui da tempo nel Pdl sta lavorando alacremente Antonio Palmieri, ma anche nelle piazze. Una sorta di «rifondazione». Anche se il punto è capire con quali margini di manovra.

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