Bisignani da burattinaio a cialtrone

Stia zitto, non abbia l'ardire di fiatare sui peccati altrui. Gli è concesso soltanto di riferire i propri

Bisignani da burattinaio a cialtrone

L'ho già scritto su questo giornale, ma ribadisco: mai conosciuto di persona Luigi Bisignani, e un po' me ne dispiace perché deve essere un tipo interessante. Gli parlai una sola volta, al telefono, quando lavoravo a Libero. Conversazione brillante, nonostante l'argomento: gli intestini; il suo e il mio, afflitti da un disturbo, diverticolosi. Lui mi suggerì un farmaco risolutivo: Normix, miracoloso. Facendo gli scongiuri, sono guarito.
Esaurita la premessa viscerale, utile a precisare che Bisignani non è mio amico e quindi mi è consentito difenderlo, ammesso che egli abbia bisogno di un «avvocato» come me, vengo al sodo. I lettori sapranno: il signore in questione ha rilasciato una lunga intervista a Paolo Madron che ne ha ricavato un libro pubblicato da Chiarelettere. Mentre stendo il presente articolo, il volume non è ancora in vendita, lo sarà da oggi. Tuttavia le anticipazioni divulgate dai quotidiani, incluso il nostro, hanno incendiato il Palazzo.
Bisignani racconta cosucce pepate riguardanti uomini politici e di potere e costoro, indignati, si affrettano a smentire, ma con scarsa convinzione. Non pretendo di entrare nel merito di vicende di cui so poco o nulla. Rilevo soltanto una contraddizione stridente. Nei giorni (relativamente lontani) in cui Luigi, definito impropriamente faccendiere con l'intento di sminuirlo, era sotto inchiesta della magistratura, i giornali gli dedicarono pagine e pagine, titoli e titoli, spiegando quanto questo personaggio fosse influente nel complicato mondo romano, dove la politica si intreccia con gli affari dando vita a battaglie sotterranee per la conquista di poltrone e poltroncine.
Stando alla vulgata, Bisignani era un'eminenza grigia che promuoveva e stroncava carriere più o meno luminose, tirava i fili di mille burattini che gli affidavano i loro destini, lo supplicavano di aiutarli, sovente in ginocchio, talvolta sdraiati (o sdraiate), gli chiedevano favori vari consapevoli che la sua parola era decisiva. Un deus ex machina in grado di arrivare lassù e di dettare la linea da seguire indicando i nomi più adatti al raggiungimento dello «scopo»: il consolidamento del potere. Nessuno dubitava delle capacità del «faccendiere» di ottenere eccellenti risultati, tanto è vero che centinaia di persone ambivano alla sua protezione, affollavano la sua anticamera, brigavano per avere un appuntamento con lui.
Poi, è noto, egli è finito in disgrazia, nel senso che la magistratura gli ha messo la mordacchia e allora la sua corte (dei miracolati) si è squagliata. Vabbè, succede: la gratitudine è il sentimento della vigilia, mentre la vigliaccheria è l'inossidabile denominatore comune dell'umanità. Ma c'è un limite anche alla codardia. Nella presente circostanza è stato superato ampiamente. Prima ancora che le sue memorie fossero giunte in libreria, un sacco di gente - compresa quella beneficata dall'abile manovratore - ha preso le distanze dal proprio benefattore. Leggere, per credere, gli articoli e i commenti che sono usciti ieri sui maggiori organi di stampa. Che dipingono Luigi quale figura di secondo piano, un intruso, una comparsa insignificante in vena di tardive vendettine.
La Repubblica, che pure si giovò delle sue confidenze, liquida la maxi intervista così: veleni e piccola spazzatura. Come se esistesse una spazzatura di alto lignaggio. Viene da sorridere. L'autorevole burattinaio che intratteneva rapporti coi vertici, condizionandone le scelte, all'improvviso, solo perché considerato fuori dalla stanza dei bottoni, è stato declassato a portinaio del Palazzo. Un'operazione squallida.
Addirittura chi ha riservato spazio alle confessioni di Bisignani, per esempio Il Giornale, è stato accusato di aver sovradimensionato la portata del libro. I nostri censori scordano che, all'epoca delle indagini sull'autore di quello che sarà un best seller, tutti i media cavalcarono la notizia e ne divulgarono i particolari senza risparmiare carta e inchiostro. Secondo i medesimi, oggi, dato che Bisignani vuota il sacco (non del tutto, penso), dovremmo sfumare, fingere che non sia accaduto nulla, non prenderlo sul serio, condannarlo in dieci righe invisibili. L'uomo che sussurra ai potenti (titolo del libro) va censurato: stia zitto, non abbia l'ardire di fiatare sui peccati altrui. Gli è concesso soltanto di riferire i propri. Altrimenti, all'inferno! Buffoni.

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