Chi non lo fa lavorare è peggio di Giannino

L'ex leader di "Fare" l'ha fatta grossa. Ora vuol tornare a Radio 24, ma il Cdr si oppone per la falsa laurea.  Cioè un titolo inutile

Chi non lo fa lavorare è peggio di Giannino
Oscar Giannino, ex leader di "Fare per fermare il declino"

Oscar Giannino condannato alla disoccupazione dai colleghi: è una notizia che non può essere sepolta sotto uno strato di indifferenza. Per comprenderla, occorre darle un contorno. Il giornalista, noto per la preparazione in campo economico e per l'abbigliamento eccentrico, prima di partecipare alla campagna elettorale, e per vari anni, aveva condotto un programma di successo (su Radio24, emittente collegata al quotidiano Il Sole 24 Ore) intitolato Nove in punto. Dal quale si era momentaneamente sospeso per impegni appunto politici.

Sappiamo come l'esperienza partitica di Giannino si sia conclusa con un nulla di fatto, poiché la lista Fare per fermare il declino non ha superato alla Camera lo sbarramento del 4 per cento. Per cui Oscar ha chiesto all'editore il reintegro in radio, pronto a riprendere la trasmissione che aveva consolidato la sua popolarità. Il quale editore, sentito il parere favorevole del direttore, ha risposto positivamente.

Ma c'è un ma. Appreso del ritorno al microfono del collega, i signori del Comitato di redazione (sindacato interno all'azienda) si sono opposti, scrivendo un comunicato per dire che l'iniziativa è da bocciare per motivi di opportunità. Qui bisogna interpretare e, quindi, ricordare la spiacevole vicenda del master e delle lauree millantate dal valente commentatore. In effetti, a questa roba allude il Cdr, e allora serve parlare chiaro.

Tutto ciò che si può rimproverare al millantatore è di non avere detto la verità a proposito del suo curriculum. Grave? Per un aspirante politico, sì. Gravissimo. Se un parlamentare in pectore comincia a mentire prim'ancora d'essere eletto, c'è il rischio che ci prenda gusto e seguiti a raccontare balle anche nell'esercizio delle funzioni pubbliche. Qualora polemizzasse con Silvio Berlusconi, non sarebbe credibile. Invece, un giornalista collaudato che ha ottenuto ascolti importanti, ha scritto centinaia di articoli (improntati ad autorevolezza), ha ricevuto applausi da esperti economisti, è stato giudicato abile e arruolato dai lettori di parecchie testate (per le opere, e non per i pezzi di carta) non merita ostracismo solo perché si è compiaciuto di attribuirsi titoli accademici mai conseguiti. Addirittura, bandirlo dalla categoria degli scribi, poi, è assurdo, crudele e controproducente: in fondo la bravata di Giannino, se valutata freddamente, e non sulla base dei soliti luoghi comuni moralistici, è un peccato veniale. Non è una tragedia, bensì una guasconata.

Impedire a quest'uomo geniale di lavorare e di guadagnarsi con onestà la pagnotta, come fa da decenni, è una mascalzonata sindacale. Se inoltre l'editore e il direttore si piegano alla volontà perfida del Cdr, le mascalzonate diventano due. D'altronde, se gli alberi si giudicano dai frutti, le persone si giudicano dalle opere: e quelle di Oscar sono di cospicuo spessore scientifico e culturale. Non buttiamole al macero. Sarebbe un'ingiustizia. Chissenefrega delle lauree.
Mi domando piuttosto perché Giannino tenesse tanto a dire che ne possedeva un paio. Anche se le avesse avute davvero, che cosa avrebbero aggiunto alla sua preparazione? Nulla. Come nulla gli toglie il fatto di non averne neanche mezza. Un tipo fuori dagli schemi banali del conformismo, quale lui è, non necessita di pergamene per essere se stesso, un personaggio. Forse lui non lo sa, eventualmente glielo dico io: gli autodidatti che hanno contribuito a migliorare l'umanità sono numerosi, specialmente in Italia, e spesso hanno mutato il corso della storia. Gli fornisco qualche esempio che lo solleverà da un gratuito senso di inferiorità, ammesso che ne soffra. Guglielmo Marconi, che ha cambiato il mondo, non era neanche diplomato. Benedetto Croce, l'ultimo (dopo Giovanni Gentile) filosofo di cui andiamo orgogliosi, l'università la vide col binocolo. Gabriele d'Annunzio, idem. Eugenio Montale, premio Nobel, era ragioniere, mai messo piede in facoltà. Salvatore Quasimodo, altro Nobel, perito, zero lauree. Grazia Deledda, Nobel anch'essa, terza media. Alberto Moravia, quinta ginnasio. Italo Svevo, l'unico scrittore di respiro internazionale (come Joyce e Proust), perito contabile: studiò in Austria.

Credo sia sufficiente per rincuorarti, caro Oscar, ma potrei proseguire nell'elencazione. Lo dico a te, ma lo dico soprattutto ai sindacalisti che ti osteggiano per inesistenti motivi di opportunità, e lo dico ai tuoi editore e direttore. Piantiamola lì con questa sciocchezza dei certificati di studio che interessano solo chi, non sapendo fare niente, li deve esibire per darsi arie di sapere tutto.

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