Elly Schlein ha trovato il modo di pareggiare anche quando perde. Basta cambiare il tabellone, scegliere i numeri giusti, togliere peso alle città più pesanti e sommare quelle più comode. Così Venezia, che il centrosinistra voleva trasformare nella prova generale della riscossa, diventa una partita laterale. Reggio Calabria, passata al centrodestra, scivola tra le note a margine. E la sconfitta - parola impronunciabile al Nazareno - viene ribattezzata “pareggio”. Non è solo una questione di comunicazione, ma il sintomo di una segreteria che da quando è nata vive nella stessa confusione: vuole guidare l’alternativa, ma non riesce nemmeno a mettersi d’accordo con la realtà.
La segretaria del Pd lo ha spiegato ospite di “Accordi & disaccordi” sul Nove: "Noi abbiamo vinto con la nostra coalizione in 37 comuni sopra i 15 mila abitanti e la destra soltanto in 25. I conti si fanno alla fine". Poi ha aggiunto: "Considerando che Venezia e Reggio sono andate alla destra, è un pareggio. Ecco, di certo non è una vittoria di Meloni perché, come dicevo le forze di governo a Venezia, mentre si intestavano il risultato, se le sommiamo tutte e tre arrivano al 20, il Partito democratico ha fatto il 25. A Venezia quella è stata la vittoria di Venturini con la sua lista civica che ha fatto il 30".
Ecco il punto. Per Schlein la destra vince Venezia, ma non è una vittoria della destra. Vince Reggio Calabria, ma non è una sconfitta della sinistra. Il Pd perde il test politico più simbolico, ma può consolarsi con l’aritmetica dei comuni sopra i 15 mila abitanti. Una contabilità selettiva, utile più a salvare la narrazione che a leggere il voto: è lapalissiano. Perché quando il centrosinistra pensava di trasformare Venezia nel manifesto della rimonta anti-Meloni, il risultato è stato l’opposto: il centrodestra ha tenuto la città e l’ha fatto subito, senza nemmeno passare dal ballottaggio.
Per la Schlein però contano più i luoghi simbolici, non conta più il valore politico delle sfide, non conta più il fatto che l’opposizione avesse caricato Venezia di significati nazionali. Conta solo il pallottoliere, maneggiato con cura per evitare la parola che nel Nazareno resta impronunciabile: sconfitta. Non a caso, la Schlein ha provato subito a spostare il discorso su Giorgia Meloni: "Quello che contesto a Giorgia Meloni è che aveva in parlamento una maggioranza per fare tutto ed è riuscita in tre anni e mezzo a non fare nulla che migliorasse in concreto la vita degli italiani e delle italiane Questo è il punto Cosa proponiamo noi per riuscire a migliorare quella vita? Sulla sanità noi chiediamo di portare la spesa sanitaria alla media europea assumere più medici e infermieri per combattere proprio quelle liste d'attesa".
E ancora: "Non tutti i problemi della sanità nascono con questo governo, ma i governi precedenti anche per effetto del dramma della pandemia avevano invertito questa tendenza e con il ministro Speranza avevano cominciato ad alzare finalmente la spesa sanitaria. Sa quello che succede quando quella spesa sanitaria come sta facendo Meloni si fa scendere? Succede che chi ha i soldi da solo salta la lista d'attesa e va dal privato ma chi non ce li ha rinuncia a curarsi. Queste persone sono sei milioni: più di un italiano su dieci. E sono aumentate di un milione e mezzo durante un solo anno del governo Meloni. Noi non ci limitiamo a dirle queste cose. Insieme alle altre opposizioni abbiamo indicato alla maggioranza dove trovare i miliardi per assumere subito i medici e gli infermieri e abbiamo cercato le coperture non prendendole dalle riforme bandiera del governo per farci dire di no ma per farci dire di sì. La loro risposta è stata no comunque e lo sa perché? Perché questa destra - ha concluso - vuole una sanità a misura del portafoglio delle persone. Noi vogliamo ancora quella universale che sta scritta nella nostra Costituzione e per cui si è battuta Tina Anselmi, una donna che voleva una sanità che curasse chi da solo non ce la fa".
Persino il caso Vannacci diventa un’occasione per non guardarsi allo specchio. Alla domanda sui voti sottratti alla destra, la Schlein ha risposto: "Non è una sorpresa che la destra prenda più voti quando fa l'opposizione. Il punto è che poi quando vanno al governo, come si vede in questi tre anni e mezzo di governo Meloni, non portano risultati che migliorano la vita delle persone. Questo è il punto e questo prescinde da noi". Appunto: “Prescinde da noi”. È forse la formula più sincera dell’intervista. Perché nella lettura schleiniana tutto sembra prescindere dal Pd: le sconfitte dipendono dalla destra, le vittorie civiche non sono della destra, le alleanze non funzionano per colpa degli altri, gli elettori non capiscono, i numeri vanno interpretati, le piazze valgono più delle urne quando fanno comodo e meno quando smentiscono la narrazione.
Ma la politica, alla fine, è crudele perché semplice. Se annunci che da Venezia parte la riscossa e poi Venezia resta al centrodestra, non hai pareggiato. Hai perso la partita che tu stesso avevi scelto di giocare. E se per non ammetterlo devi rifugiarti in una somma di comuni, percentuali e distinguo, supercazzole a pioggia, allora il problema non è solo il risultato. È la lucidità con cui lo si interpreta.
Ma il dato politico resta lì, più ostinato delle parole: il premier esce rafforzato, il centrodestra tiene dove doveva cadere, il campo largo inciampa dove voleva correre. E il Pd, ancora una volta, si consola con un pareggio immaginario.