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Contestava il Jobs Act, ora tace: il silenzio di Landini sul caso Gibelli

Raggiunto da Quarta Repubblica per un commento sul caso Gibelli, l'ex portavoce del segretario generale Cgil licenziato utilizzando anche il Jobs Act, Landini si trincera dietro un eloquente silenzio

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Maurizio Landini tace. E il suo silenzio, velato forse dall'imbarazzo, è decisamente assordante. Raggiunto dai microfoni di Quarta Repubblica, il leader della Cgil si è trincerato dietro un no comment di fronte alle domande sul caso di Massimo Gibelli, l'ex portavoce del segretario generale del sindacato licenziato per "giustificato motivo oggettivo". Ovvero, con una foruma prevista anche dal Jobs Act, la legge renziana che la Cgil contesta con forza e vorrebbe abolire a tutti i costi. In altre parole, secondo quanto denunciato dallo stesso Gibelli, il sindacato rosso avrebbe sfruttato quella avversatissima norma per mettere alla porta un suo storico dipendente.

"Non capita a tutti di essere licenziati dal sindacato. A me è successo", aveva infatti accusato l'ex portavoce di Cofferati e Camusso, per quarant'anni al servizio della Cgil. L'inviata di Quarta Repubblica, Giorgia Mennuni, ha intercettato Maurizio Landini per chiedergli un parere su quella vicenda, ma il sindacalista ha preferito non dire nulla. Nessun commento, nessuna giustificazione. Nessuna conferma delle accuse, nessuna smentita. Il silente leader della Cgil ha tirato dritto davanti ai microfoni, lasciando senza risposta le domande della giornalista. E pensare che, in altre occasioni, quando si trattava di contestare il Jobs Act e i suoi effetti (da lui ritenuti negativi), Landini non era affatto taciturno. Anzi.

E infatti, la chiosa del conduttore Nicola Porro non si è fatta attende al riguardo. "Mi ricorda il grandissimo Enrico Cuccia, un banchiere che non parlava nemmeno con se stesso, inseguito dal Gabibbo. A differenza di Cuccia, però, Landini parla eccome del Jobs Act. Lo fa in piazza...", ha osservato il padrone di casa di Quarta Repubblica, proponendo poi un collage di storiche dichiarazioni del sindacalista sull'argomento. "Noi vogliamo contrastare il Jobs Act, sia sul piano contrattuale nelle aziende, dei contratti nazionali, ma anche sul piano legale e legislativo", esclamò ad esempio Landini in una manifestazione di piazza del marzo 2015. E pochi mesi prima tuonò: "Il Jobs Act semplicemente riduce i diritti dei lavoratori. Quando li puoi controllare, demansionare e controllare a distanza, vuol dire che la libertà della persona dentro il luogo di lavoro, e la sua dignità, non c'è più". E ancora, in un'altra più recente occasione: "C'è sicuramente da cancellare il Jobs Act. Serve costruire un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori".

Stando alla denuncia di Massimo Gibelli, tuttavia, il licenziamento arrivato dalla Cgil "giustificato motivo oggettivo" avrebbe in qualche modo aperto una contraddizione in termini tra le posizioni pubbliche del sindacato e quel provvedimento. Sarebbe stato interessante sentire le considerazioni di Landini al riguardo; peccato però per quel silenzio. Affilato il commento del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, presente in collegamento a Quarta Repubblica: "Tutti i grandi uomini e le grandi questioni scivolano su una buccia di banana e questa è la buccia di banana non solo di Landini, ma di un'ideologia che pensa di combattere le ingiustizie, quando ingiustizie non sono.

Io riconosco il diritto di Landini di cambiare il suo portavoce, perché siamo in un mondo liberale e un imprenditore può fare delle scelte in assoluta autonomia. Il problema è che lui queste scelte le contesta e le strumentalizza quando sono messe in atto da altri".

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