Gentile Direttore Feltri,
non sembra più una esagerazione, una follia, una previsione azzardata, una ipotesi spropositata. Aveva ragione lei: sono tornati gli anni di piombo. Cavi tranciati, ordigni, uno esploso, avrebbe potuto provocare morti. Per fortuna ha prodotto (per ora) solo disagi sui trasporti. Ci aspetta una nuova stagione del terrore?
Leonardo Aiello
Caro Leonardo,
non posso che constatare amaramente che i fatti stanno dando ragione a chi, come me, da tempo lancia l'allarme. Non per gusto della provocazione, non per esagerazione, ma per semplice osservazione della realtà. Cavi ferroviari tranciati. Ordigni piazzati lungo le linee. Un incendio doloso in prossimità dei binari. Un dispositivo che è esploso e che, per pura fortuna, non ha provocato vittime. Tutto questo non è protesta, non è tensione sociale. È sabotaggio. È terrorismo. Chi continua a far finta di non capirlo, o mente sapendo di mentire, oppure è prigioniero di un'ideologia che gli impedisce di chiamare le cose con il loro nome. Non servono i morti per riconoscere l'avvento di una nuova stagione del terrore. Gli anni di piombo non sono iniziati con le stragi, ma con una lunga fase di sottovalutazione, di giustificazionismo, di ammiccamenti culturali verso chi sbagliava ma aveva delle ragioni. Le stesse frasi che sentiamo oggi. Le stesse omissioni. La Procura indaga per terrorismo. Non per vandalismo. Non per bravate. Non per bullismo. Per terrorismo. E lo fa in una città simbolo, Bologna, che la storia italiana conosce fin troppo bene. Chi minimizza dovrebbe almeno avere il pudore di studiare. Nel frattempo, come da copione, c'è chi preferisce usare queste vicende per attaccare il governo, accusandolo di fascismo perché tenta di tutelare la sicurezza pubblica, di proteggere infrastrutture strategiche, di garantire l'ordine. È una sceneggiata grottesca: chi difende lo Stato viene dipinto come autoritario, chi lo colpisce diventa attivista. Siamo al paradosso per cui la violenza è sempre colpa di qualcun altro, mai di chi la pratica. È colpa del contesto, del disagio, del clima politico, persino delle parole di chi denuncia. Mai dei responsabili materiali e morali. Lo dico con chiarezza: questa ambiguità ci rende più deboli e più esposti. Finché non avremo il coraggio di ammettere che esiste un terrorismo ideologico che agisce nel cuore dell'Occidente, che colpisce lo Stato e i cittadini, continueremo a rincorrere gli eventi invece di prevenirli. Non è repressione chiamare il terrorismo con il suo nome. Non è fascismo difendere i treni, le strade, le persone. Non è autoritarismo impedire che qualcuno giochi con ordigni e sabotaggi come se fossero petardi da festa di paese.
Serve un'azione risoluta e risolutiva da parte dello Stato. Non per vendetta, ma per responsabilità. Non per paura, ma per lucidità. Perché le democrazie muoiono quando smettono di difendersi, non quando lo fanno.
Se aspettiamo i morti per ammettere che avevamo torto, allora avremo perso due volte: la prima per cecità, la seconda per viltà. E io, francamente, di tornare a contare le vittime per avere ragione, non ho alcuna voglia.