Il caso del “blocco” bengalese candidato con il Partito democratico a Venezia sta facendo discutere. Dopo l’articolo de Il Giornale che ha fatto emergere questa anomalia in vista delle elezioni comunali nella città Lagunare del prossimo maggio, in tanti si sono mossi per chiedere spiegazioni e per sollevare qualche dubbio, anche e soprattutto a fronte di volantini interamente scritti in bengalese. Ovviamente, tutti i candidati hanno ottenuto la cittadinanza italiana nel nostro Paese e quindi da questo punto di vista non ci sono irregolarità. Ma quel che emerge sono questioni di opportunità legate all’evoluzione di una così ampia rappresentanza straniera alle elezioni e, soprattutto, le intenzioni elettorali, soprattutto in relazione alla costruzione di una moschea in città.
“Nulla contro l'integrazione, ma questa lista, per come si presenta, sembra il riconoscimento di fatto di una separatezza, messa in piedi da una comunità che cerca di rappresentare se stessa e non la città di Venezia”, ha dichiarato Roberto Speranzon senatore veneziano di Fratelli d'Italia. “Se le persone vogliono integrarsi e diventare nostri cittadini, nel percorso della legge, non ci sono problemi, ma i problemi nascono invece se si vuole solo rivendicare la propria diversità, di costumi, usanze e tradizioni che a volte confliggono con quello che caratterizza invece la nostra cultura, la nostra identità”, ha sottolineato. “Candidare degli islamici nelle proprie liste solo per propaganda è un approccio pericoloso e irresponsabile da parte del Partito Democratico, che sembra disposto a strumentalizzare temi religiosi pur di raccogliere consenso elettorale”, ha aggiunto Paolo Borchia, capo delegazione al Parlamento europeo della Lega.
“Quando si parla apertamente a una comunità specifica promettendo rappresentanza ‘per loro’, è legittimo chiedersi che tipo di società stiamo costruendo. Quando dicono ‘eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi 5 anni’ non parliamo più di integrazione ma di imposizione”, ha dichiarato l'assessore uscente Francesca Zaccariotto. “Oltre a non capire cosa fa promettere il Pd sui volantini scritti solo in lingua bengalese per i suoi candidati, non si capisce nemmeno che lavoro o lavori facciano queste persone”, sono le parole del candidato di Fratelli d'Italia, Fabio Raschillà, ex segretario cittadino, secondo il quale ci sarebbero punti oscuri nelle attività di due delle candidate del Pd.
Di contro, Matteo Bellomo, coordinatore della campagna del candidato di centrosinistra Andrea Martella e del Pd difende la scelta del partito: “Inserire nelle liste cittadini di origine straniera, donne e uomini che qui lavorano, vivono e pagano le tasse, significa esattamente il contrario: dare un calcio alle paure. Significa dire che Venezia è una comunità vera, fatta da chi la abita, la attraversa, la tiene in piedi ogni giorno”. Anche una delle candidate, Rhitu Miah, in Italia da quando ha 4 anni, ha voluto dire la sua a Venezia Today: “Se fossi madrelingua inglese e scrivessi in inglese ci sarebbe la stessa critica? Per noi è importante spiegare le regole, la Costituzione, anche il sistema elettorale, che è diverso in Italia rispetto al Bangladesh. Queste persone hanno diritto di votare e hanno bisogno di farlo nella maniera corretta”. Ma chi vota, in teoria, è italiano e come tale dovrebbe conoscere la lingua e capirla in un volantino elettorale, pertanto non si capisce quale sia la ragione di fare volantini in una lingua che non è l’italiano. Miah ha fatto un passaggio anche sulla polemica legata alla moschea, inserita nella discussione elettorale: “Io penso che un luogo di culto, qualsiasi sia la religione, non sia un male. In pochi ci siamo candidati per avere la moschea, non è che la vogliamo domani, ma è chiaro che vedere sugli autobus messaggi contro la moschea dà fastidio.
Perché farlo? Si creano altre divisioni e paure”. Come sempre, bisogna ricordare l'articolo 8 della Costituzione che regola i rapporti con confessioni acattoliche tramite intese approvate per legge, che per l’Islam non esistono.