Energia, un errore dopo l'altro. Scatta la fuga degli investitori

Il taglio retroattivo agli incentivi per le rinnovabili deciso dal governo apre la strada a una raffica di ricorsi. Già bruciati 50 miliardi di bonus

Energia, un errore dopo l'altro. Scatta la fuga degli investitori

Roma - Don't come knocking on my door. Non bussate alla mia porta. La chiusa suona a metà tra un addio e una minaccia. L'articolo è quello pubblicato sul Wall Street Journal da Michael Bonte-Friedheim, amministratore delegato della merchant bank NextEnergy Capital Group, che commenta il provvedimento spalma-incentivi sul fotovoltaico varato dal governo e augura a Matteo Renzi «forse convinto che i mercati abbiano la memoria corta, buona fortuna nell'attrarre investitori esteri in futuro».

Il messaggio è chiaro: il taglio retroattivo agli incentivi per le rinnovabili per alleggerire le bollette energetiche delle pmi rappresenta una «mossa capricciosa» in grado di allontanare gli investitori esteri «in qualsiasi settore in Italia». Sì, perché per provare a rispondere a un problema serio - la «sovraincentivazione» degli incentivi per le rinnovabili - si rischia di imboccare una strada rischiosa, con controindicazioni sia sul piano della credibilità complessiva del sistema Italia, sia sul piano giuridico visto che è facile prevedere una raffica di ricorsi rispetto ad accordi già stipulati (il governo vorrebbe «spalmare» gli incentivi, con importi erogati per più anni). In sintesi incertezza del diritto e disincentivazione degli investimenti, in particolare quelli esteri. Come dire che, una volta di più, tra le slide e i fatti, c'è di mezzo il mare, oltre alla Corte costituzionale visto che il Presidente Emerito, Valerio Onida, ha espresso dubbi sulla legittimità costituzionale dello «spalma-incentivi». Una misura su cui anche Ermete Realacci nutre perplessità. «Capisco il segnale, ma ci sono controindicazioni forti nel cambiare le regole del gioco in corsa. Credo sia necessario piuttosto liberalizzare il mercato che scambia energia sul posto».

Naturalmente bisognerà vedere cosa resterà del decreto visto che le cifre appaiono ancora ballerine. Di certo si parte dal desiderio di rispettare una delle tante promesse renziane - «ridurremo del 10% il costo delle bollette elettriche per le pmi» - ma si rischia di finire nelle sabbie mobili delle carte legali. Il provvedimento, in realtà, prova a rispondere a un problema reale, ormai percepito nella sua evidenza anche nelle file del Pd che pure ha contribuito a crearlo. I sussidi alle rinnovabili nell'ultimo quinquennio hanno raggiunto quota 50 miliardi.

Quest'anno, invece, la cifra dovrebbe attestarsi attorno a 11,2 miliardi l'anno, in pratica un punto di Pil; 12,5 nel 2015. «Sono cifre enormi» commenta il senatore di Forza Italia, Lucio Malan. «Ricordo che nella scorsa legislatura Guido Possa fece un accurato calcolo dal quale risultava che ci costerebbe meno assoldare un plotone di ragazzi e metterli a pedalare su bici con dinamo piuttosto che sovvenzionare le rinnovabili.

Andrebbe davvero fatta una analisi seria per verificare se questi soldi non siano un enorme costo inutile a carico del contribuente, un costo che paradossalmente non è calcolato nel totale della pressione fiscale».

Come spiegava Chicco Testa alcune settimane fa, di questi 11 miliardi circa 6,7 vanno al solo fotovoltaico.

«Questo significa che il fotovoltaico assorbe il 60% degli incentivi. Peccato che con il sole si arrivi a fare al massimo 23 miliardi di chilowattora all'anno, mentre tutte le altre rinnovabili messe insieme, (alcune delle quali, come l'idroelettrico, non ricevono sussidi) valgono più di 90 miliardi di chilowattora. In sostanza un chilowattora ottenuto con il sole costa ai consumatori più di 30 centesimi di incentivo più il valore di mercato, altri 6 centesimi; un chilowattora fatto con le altre rinnovabili costa solo 5 centesimi, oltre al valore di mercato».

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