Dai laboratori al tribunale. Il ministero della Salute si ritrova in causa per più di 20 milioni con la società scientifica in orbita Pd che in pandemia avrebbe dovuto fare i monoclonali made in Italy che invece oggi batte cassa nonostante abbia fallito la missione di cui era stata investita dal governo di Giuseppe Conte con cospicui finanziamenti. È un altro dei frutti amari della gestione tragicomica del Covid da parte del governo giallorosso, che ha visto uno sperpero di risorse pubbliche in mascherine cinesi farlocche eppure strapagate, respiratori made in Pechino fallati, banchi a rotelle buttati in discarica e via sprecando.
Come sappiamo, nel corso della sua audizione in commissione Covid, l’ex ministro Roberto Speranza - che non ha speso una parola sugli errori compiuti in pandemia, dalla mancata chiusura della Zona rossa nella Bergamasca alle balle sull’efficacia effettiva del green pass sulla diffusione del contagio - ha detto diverse bugie sulla donazione, o sarebbe meglio dire sui mancati trial clinici che l’Italia già ai primi di ottobre del 2020 avrebbe potuto fare gratuitamente con le 10mila dosi di monoclonali Usa della Eli Lilly (prodotti, ironia della sorte, in uno stabilimento toscano...), considerati dalla sanità Usa sicuri ed efficaci se somministrati prima sui pazienti fragili, tanto da abbattere l’ospedalizzazione fino al 90% dei casi. Una cura che avrebbe ragionevolmente impedito l’impennata della mortalità nella seconda ondata, la più letale con 50mila morti. Monoclonali a cui abbiamo rinunciato per poi ricomprarli a duemila euro l’uno a febbraio, quando il virus era mutato ed erano sostanzialmente inutili mentre l’Aifa aveva dato il via libera prima dell’ok di Ema, contraddicendo se stessa.
Come ha ricostruito il Giornale dall’analisi delle mail prodotte dall’ex dg della Prevenzione Ranieri Guerra e ha confermato in audizione l’altro giorno lo scienziato italo-americano Guido Silvestri, il Ceo della multinazionale farmaceutica Usa si era convinto a donare al nostro Paese, su intercessione del suo ex docente Silvestri, 10mila dosi di monoclonali che avrebbero potuto rappresentare una «cura salva vita» a detta di Silvestri e del virologo ex Aifa Giorgio Palù, a fronte della drammaticamente inutile o peggio ancora dannosa terapia domiciliare «Tachipirina e vigile attesa» che Speranza ha difeso in audizione pur prendendone le distanze («La circolare non l’ho scritta io...») e in attesa di vaccini e antivirali.
Sappiamo dal racconto di Silvestri e dalle mail che i trial clinici gratuiti sarebbero sfumati non per motivazioni scientifiche - come avrebbe fatto intendere l’allora numero uno di Aifa Nicola Magrini, trincerandosi dietro il no dell’Agenzia europea del farmaco Ema - ma per interessi politici che gravitavano attorno a Toscana Life Sciences (Tls), fondazione di ricerca e sviluppo nel settore farmaceutico toscano sponsorizzata dal Pd in pandemia e che Speranza ha definito «fiore all’occhiello» durante l’audizione in commissione Covid, anche perché assieme al Mimit (ex Mise) e a Invitalia come ministero è lì che dall’agosto del 2020 ha fatto piovere sulla società milioni di finanziamento pubblico finalizzati alla creazione di monoclonali made in Italy, in partnership con la società farmaceutica Menarini, con una lettera d’intenti datata ottobre 2020, gli stessi giorni della mancata donazione. Purtroppo, anche per l’esplosione della variante Omicron del virus che li aveva resi inefficaci, questa terapia vedrà la luce solo nel marzo 2022, pochi giorni prima che il governo di Mario Draghi e l’allora commissario all’Emergenza Francesco Paolo Figliuolo decretassero la fine della pandemia.
Da alcune carte di cui il Giornale è in possesso in esclusiva, sappiamo che proprio Toscana Life Sciences ha fatto causa al ministero della Salute nel dicembre 2024 per più di 20 milioni. Una decisione maturata subito dopo avere ricevuto notifica dell’atto di citazione da parte di Menarini, che a Tls contesta il mancato pagamento per la produzione del monoclonale MAbCo19, frutto della partnership con l’Istituto Spallanzani di Roma. Sempre secondo quanto è in grado di rivelare in esclusiva il Giornale, Toscana Life Sciences avrebbe contemporaneamente instaurato un contenzioso anche presso il Tar del Lazio nei confronti di Invitalia (la società che guidava Domenico Arcuri, poi commissario all’Emergenza Covid) e del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture guidato allora dal grillino Stefano Patuanelli, oggi curiosamente membro della commissione Covid. Soldi che, se lo Stato venisse condannato, si aggiungerebbero ai 100 milioni dati con una transazione decisa dall’Avvocatura di Stato al produttore di mascherine Jc Electronics a cui Arcuri disse no nonostante i suoi prodotti fossero certificati, a differenza delle mascherine comprate per 1,2 miliardi dai tre consorzi fantasma legati a dei personaggi vicini alla mafia cinese oggi in guerra da Roma a Prato.
Sotto il governo Draghi il ministero avrebbe infatti bloccato gli stanziamenti pari a 26 milioni di euro destinati allo sviluppo del monoclonale Tls-Menarini per due motivi: la mancata registrazione del contratto presso la Corte dei Conti relativamente alle messa in produzione del monoclonale che Tls avrebbe appaltato a Menarini; il diffondersi della variante Omicron che ha vanificato l’efficacia del monoclonale della società in orbita Pd, nonostante una campagna stampa impressionante e numerose interviste - da Porta a Porta ai quotidiani come Giorno e Repubblica - in cui la società rassicurava gli italiani sulla cura. Parliamo dei finanziamenti pubblici che il Mimit si era impegnato a destinare subito dopo l’acquisto del 30% delle quote di Tls da parte di Invitalia per la nascita di un Biopolo che non è mai decollato. A decidere di non pagare è stata la struttura commissariale guidata da Figliuolo, che si sarebbe rifiutato di mantenere gli impegni presi da Arcuri con Tls.
A quanto risulta al Giornale, infatti, in base alla relazione finale del generale, questi impegni tra Arcuri e Tls non si sarebbero mai concretizzati in un vero e proprio contratto. Ecco quanto scrive il generale: «Con foglio n. 0000348 in data 15 maggio 2021 il già commissario straordinario dottor Arcuri Domenico ha trasmesso a questa struttura commissariale la “Lettera di Intenti”, non vincolante, sottoscritta in data 22 ottobre 2020 tra la Tls Sviluppo Srl, la Fondazione Toscana Life Sciences e il commissario straordinario pro tempore, disciplinante i principali termini e condizioni per la realizzazione di un progetto di ricerca, sviluppo e produzione di anticorpi monoclonali, tra i quali la sottoscrizione - mai avvenuta - di un contratto per la produzione e commercializzazione delle dosi di anticorpo. In tale ambito, ai sensi di quanto disciplinato dalla “Lettera di Intenti”, quest’ultima ha oramai perso efficacia, in quanto il termine del 30 novembre 2020 risulta essere decorso senza che sia stata condotta alcuna negoziazione con il Commissario Straordinario pro tempore, né tantomeno che sia stato concordato un termine diverso tra le Parti».
È pacifico che nel novembre 2020 - un mese dopo i possibili trial clinici gratuiti con i monoclonali sicuri ed efficaci offerti da Eli Lilly all’Italia tramite Silvestri - questa cura made in Italy non fosse ancora pronta. Lo sarà, dopo tanti rinvii, solo nel marzo del 2022 a pandemia finita. Ed è altrettanto logico che, in assenza di una cura salva vita per tutelare i fragili e gli immunocompromessi dalla devastante seconda ondata Covid per una scelta politica dimostratasi devastante come il virus (e non è stata la sola...), l’Italia abbia registrato un indice di mortalità tra i più alti dell’Occidente nonostante due lockdown - uno dei quali si sarebbe forse potuto evitare - l’obbligo vaccinale e il green pass.
L’ex ministro Speranza, quando ha difeso Tls in audizione, negando qualsiasi rapporto tra gli accordi tra Tls, ministeri e Invitalia e la mancata donazione di Eli Lilly, sapeva che la società toscana aveva fatto causa al dicastero che aveva guidato per tutta la pandemia? Una domanda che certamente i commissari Covid gli porranno nel corso della prossima audizione, prevista per venerdì 6 novembre. Ammesso che Speranza decida di andare dopo che le sue bugie sui monoclonali sono state smontate una ad una, nel silenzio generale della quasi totalità della stampa nazionale.
